Il Barocco a Roma
La prima caratteristica che si riconosce all’arte Barocca è quella di suscitare lo stupore dello spettatore. E di spettatore effettivamente si tratta, più che di semplice osservatore, poiché il Barocco in ogni sua manifestazione realizza in effetti una messa in scena, uno spettacolo, magnifico e unico, volto a coinvolgere completamente la mente e i sensi di chi osserva. Scopriamo insieme il Barocco a Roma.
L’esposizione romana, curata da Maria Grazia Bernardini e Marco Bussagli, allestita dal 1° aprile al 26 luglio nel palazzo della Fondazione Roma, in via del Corso, si dirama in numerosi sottoinsiemi, che continuano a dialogare con il corpo principale, in perfetto stile barocco, tra rimandi iconografici e contesti contrapposti, ma ricchi di nuove aperture semantiche. Si aggiungono così la sezione delle feste, in Palazzo Braschi, e quella del ritratto ad Ariccia, oltre alle numerose istituzioni che aprono per l’occasione le porte ai visitatori della mostra, mettendo a disposizione i propri tesori collegati al percorso espositivo.
Appunto le feste e i ritratti, vere e proprie “mostre nella mostra”, rappresentano pienamente lo spirito del Barocco: l’uomo torna centrale nella storia artistica e filosofica, è infatti intorno alla sua percezione, alla sua emotività e alla sua ragione che ruotano le fantasmagoriche creazioni artistiche del barocco romano; le feste, d’altro canto, sono l’espressione eletta della messa in scena effimera e ridondante, ciò che rese quella cultura artistica così superficiale e al contempo profondamente connessa con le ragioni intime dell’essere umano.
Dalle radici del Barocco alla definizione di estetica barocca, alla descrizione delle portentose scenografie urbane che arricchirono Roma nel corso di tutto il XVII secolo, per terminare con la disamina dell’arte paesaggistica secentesca, tesa a rafforzare il concetto di Natura come grande spettacolo di Dio agli occhi dell’uomo, ecco che la mostra coglie alcuni dei concetti fondanti dell’arte del tempo, sempre in bilico tra la ricerca dell’illusionismo stupefacente e il perseguimento della bellezza ideale.
Barocco a Roma: la festa barocca
Quella che viene considerata per antonomasia età barocca, è un coacervo di differenti e talvolta contrastanti tendenze, che difficilmente possono essere racchiuse in una definizione e in un concetto unici; la vitale attività scientifica che apre il secolo con le scoperte galileiane, si contrappone al rinnovamento del sentire religioso, a seguito del Concilio tridentino; allo stesso modo una tendenza accademica e idealista, finalizzata all’ordine e all’armonia, si contrappone all’esplosione sensuale di forme e colori; all’eccesso si oppone il rigore; alla festa si oppone il pensiero della morte. Tutto questo altalenare di elementi costituisce quel senso di fragilitas insito in ogni manifestazione barocca a noi nota, anche la più estrema.
Proprio il concetto di festa, insieme a quello di teatro, che matura nel medesimo contesto, divengono un utile vademecum per comprendere il paradosso dell’arte che definiamo barocca. La festa seicentesca, la festa di ancien régime, viene alla luce negli studi piuttosto recentemente, negli ultimi cinquant’anni, proprio in virtù di quella caratteristica che l’aveva confinata ai margini del raggio d’interesse della storia dell’arte e dell’architettura: la natura effimera dei suoi prodotti.
I nuovi documenti rintracciati negli ultimi decenni, testi letterari e fonti critiche, se inizialmente hanno destato interesse per l’aspetto inedito, in un secondo momento sono stati analizzati e attentamente riconnessi con il variegato universo storico e artistico. In particolare il XVII secolo si è rivelato essere un ottimo punto d’incontro tra la festa e la manifestazione artistica, e Roma diviene il centro di una intensa attività, in cui il teatro si estende all’aspetto urbano e la festa coinvolge la vita cittadina. La Chiesa post-tridentina si schiera contro l’iconoclastia di marca protestante restituendo dignità e valore alle immagini devozionali e alle cerimonie, destinate soprattutto alla celebrazione di beatificazioni e canonizzazioni.
Un tripudio per tutti
Il potere spirituale e quello temporale, ossia la Chiesa e il Campidoglio, si uniscono nella realizzazione delle feste, che decorano nel corso di tutto il secolo la città di Roma. Alla cerimonia di “presa di possesso” del nuovo Pontefice, i due senatori comunali si inginocchiano in Campidoglio e consegnano le chiavi della città sotto gli archi trionfali posticci, creati per l’occasione, che accolgono il Papa nel percorso ideale dalla basilica di S. Pietro a quella di S. Giovanni. Il letterato Agostino Mascardi racconta il complesso programma allegorico da lui medesimo ideato nella sua relazione della “presa di possesso” (1623) di papa Urbano VIII.
Anche gli ordini religiosi si uniscono al tripudio di feste cittadine, commissionando decorazioni e apparati effimeri che vengono allestiti nelle chiese, nelle piazze antistanti, negli oratori e nei collegi: nel 1626 ebbe luogo la festa per la posa della prima pietra della chiesa di S. Ignazio: furono per l’occasione realizzate sculture delle arti maggiori e minori, che sarebbero state coinvolte nell’erezione del nuovo tempio gesuitico. Viene celebrato così il “bel composto” di arti e mestieri, che caratterizza la cultura artistica barocca.
Nella chiesa madre dell’ordine, la chiesa del Gesù, si svolse invece nel 1639 un evento che racchiude la complessità delle varie tipologie di festa accolte nel programma romano: si celebrava l’apertura dell’anno centenario dell’ordine gesuitico. Un quadro di Andrea Sacchi documenta i festeggiamenti principiati nella chiesa del Gesù, e proseguiti nel cortile del Collegio romano su invenzione del padre Sforza Pallavicino e con gli apparati dipinti dal pittore Giovanni Francesco Grimaldi.
Le solennità si conclusero nel febbraio 1640, durante il carnevale, quando nella chiesa dell’Ordine fu innalzato l’enorme teatro delle Quarantore, realizzato da Niccolò Meneghini, con la raffigurazione di scene prospettiche digradanti in una gloria di nuvole e luce al cui apice campeggiava l’ostensorio.
Spesso le feste venivano organizzate nei palazzi nobiliari, ove insieme agli eventi teatrali, costituivano svaghi eccellenti, che ci vengono raccontati dalle fonti dell’epoca: i rapporti epistolari dei partecipanti (spesso gli ambasciatori in visita a Roma per conto delle corti straniere). I Barberini offrirono nel loro palazzo di famiglia molteplici spettacoli teatrali, cui collaborarono artisti e letterati.
Il teatro e la festa divennero a Roma l’espressione per antonomasia del docere, delectare movere, gli elementi indicati da Cicerone come fondamentali nella pratica oratoria, e che acquistarono nuova linfa vitale nella retorica visiva, che guidava le arti barocche. Tali concetti, declinati soprattutto nel linguaggio religioso, costituirono le meravigliose espressioni barocche in cui l’effimero, concretizzato negli apparati di festa e negli eventi teatrali, assumeva in sé il senso di un’epoca forte, fatta di eccessi e contrasti drammatici.
FONTE: Radici Cristiane n. 106