Mattia Preti un grande protagonista del Seicento

Opera di Mattia Preti

A distanza di un mese dalla chiusura della mostra di Taverna in onore di Mattia Preti, ecco la mediatica esposizione torinese, allestita nella Reggia fino al 15 settembre, curata da Vittorio Sgarbi e da Keith Sciberras, per rendere omaggio ad uno dei più grandi pittori del Seicento italiano, benché ancora non così popolare. Prestigiose collezioni pubbliche e private, italiane, inglesi e maltesi, hanno contribuito a formare la preziosa selezione di quaranta quadri, che descrive i passaggi stilistici e gli apici raggiunti da questo eccezionale talento pittorico.

Accanto alle opere di Preti, l’esposizione torinese presenta capolavori di altri artisti, che dall’inizio del Seicento fino agli albori del secolo successivo hanno reso unico il panorama dell’arte italiana nel mondo. Fra loro ricordiamo Michelangelo Merisi, Bartolomeo Manfredi, Jusepe Ribera e Luca Giordano. Queste presenze supportano da un lato la scarsa notorietà del calabrese, mentre dall’altro contribuiscono a delineare l’ambiente artistico in cui egli si muoveva.

La mostra si apre con il Riposo durante la fuga in Egitto, che, forse un po’ inutilmente, è stato trasportato dalla Galleria Doria Pamphilj di Roma, opera giovanile di Caravaggio, tra le più ispirate e luminose della sua produzione. Il dipinto segna il passo di ciò che viene esposto a seguire, ossia le più belle espressioni di quella corrente multiforme e bellissima che viene definita dagli studi “naturalismo”.

Inoltre da Caravaggio, Preti coglie e rielabora l’elemento scenografico e teatrale, che rende le composizioni di entrambi fortemente coinvolgenti; ma mentre per il lombardo tutto mira alla resa del mondo naturale, la pittura del giovane Mattia fin da subito mostra una indipendente visione teatrale, drammatica, addirittura shakespeariana. Non segue le mode, non si lascia condizionare da noti stilemi e realizza composizioni che sono dei veri spettacoli teatrali in cui gli argomenti sono sempre di soggetto religioso e devoto.

Sgarbi sostiene che non vi sia devozione in Preti, ma solo espressione della sua incontenibile predilezione per l’effetto drammatico, recitato. Forse ciò deriva dall’osservazione di alcune scene estremamente enfatizzate ed è comprensibile ritenere che forse c’è più volontà di ricreare l’effetto, che non sentita devozione. Eppure osservare quelle ambientazioni notturne, quei lumi sfrangiati, le carni pallide, quelle forme talvolta tremule, quasi potessero scomparire all’improvviso e talvolta scultoree; osservare i volti intensi, i cieli sullo sfondo dorati, il dolore e la speranza presenti nelle sue opere, fa ricordare che il sentimento religioso si esprime in modi differenti e la teatralizzazione è solo un solido mezzo per trasportare tanti misteri, in bilico tra l’umano e il divino.

Mattia Preti: un’inquieta ricerca espressiva

Mattia Preti nacque a Taverna il 24 febbraio 1613. Il biografo Bernardo De Dominicis dedicò al pittore un intero volume della sua opera sulle vite degli artisti napoletani (1742-1745), offrendo ai posteri copiose informazioni, purtroppo molte non confermabili dai documenti archivistici. Nel 1630 giunse a nell’Urbe, dove entrò in contatto con la cultura artistica romana del terzo decennio: le derivazioni caravaggesche, particolarmente le soluzioni di pittori francesi e nordici, quali Simon Vouet, Valentin de Boulogne e Gerrit van Honthorst , e dello spagnolo Ribera, attivo tra Roma e Napoli. I dipinti giovanili di Mattia riprendono proprio questi caratteri romani, nella creazione di concerti, soldatesche e scene di interni bui.

La collaborazione, nel corso dei due decenni successivi, con il fratello Gregorio, suo primo maestro, costituisce ancora oggi un punto nodale e irrisolto degli studi sui Preti. I dipinti di questo periodo testimoniano la vivace curiosità di Mattia e riverberano le opere dei grandi pittori che egli vide e studiò a Roma e probabilmente anche nella città lagunare: Giovanni Lanfranco, Nicolas Poussin, Gianlorenzo Bernini, Tiziano Vecellio, Jacopo Tintoretto e Paolo Veronese; ma anche i pittori della scuola bolognese quali Guido Reni e Guercino.

Nel 1641 fu nominato da Urbano VIII Cavaliere di Obbedienza dell’Ordine di San Giovanni di Gerusalemme. Dalla metà degli anni Quaranta le capacità del calabrese gli fruttarono importanti committenze presso nobili e famiglie in vista. Negli anni Cinquanta lavorò per la famiglia di Papa Pamphilj, e per le chiese di S. Andrea della Valle e S. Carlo ai Catinari. Il neocaravaggismo del primo periodo declina gradatamente verso una pittura luminosa e brillante, sempre profondamente chiaroscurata ( e qui si leggono i maestri del Rinascimento veneziano, in particolare Tiziano e Veronese).
Nel 1652 Preti è chiamato a Modena, secondo De Dominicis; poi, nel 1653, è certificato a Napoli, ove si susseguirono le richieste di opere da parte dei più facoltosi collezionisti e committenti. Nel 1657 ottenne una commissione dal Gran Maestro dell’Ordine di Malta per la Co-Cattedrale di La Valletta e, contestualmente, nel 1659 fu elevato al grado di Cavaliere di Grazia dell’Ordine di San Giovanni di Gerusalemme.

A questo periodo appartiene una pittura di colore, tendente ad una drastica semplificazione e ad una drammatizzazione inquieta, eppure sempre ariosa e sulla strada di un auspicato classicismo. Nel 1661 affrescò la volta della Stanza dell’Aria nel palazzo Pamphilj di Valmontone, uno dei più alti raggiungimenti dell’artista, che vi elaborò quello che fu definito il primo affresco tardo barocco della pittura italiana (Pevsner 1932).

Nello stesso anno Mattia Preti è documentato a Malta, ove rinnoverà con il suo contributo la cultura figurativa locale: le sue elaborazioni, originalissime in questo periodo e molto legate al linguaggio napoletano, posero le basi di una scuola che a Malta si sviluppò in maniera distintiva.
Nel 1695 Ferdinando de’ Medici acquistò l’Autoritratto del Preti, attualmente agli Uffizi, segno della fama di cui ormai l’anziano pittore godeva e anche un esempio inestimabile dell’espressione ritrattistica del tardo Seicento.

Il Cavaliere calabrese morì il 3 gennaio 1699 a La Valletta, ove è sepolto. La sua attività abbracciò un intero secolo, un secolo di forti contrasti e di mutevoli umori; la sua pittura, dalle scene giovanili più semplificate ai complessi racconti a carattere religioso, ricchi di figure e movimento, accompagna l’evoluzione del contemporaneo linguaggio artistico, nel superamento graduale della cultura barocca.

FONTE: Radici Cristiane n. 87

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