Gli Impressionisti e la grande storia del paesaggio europeo

Gli Impressionisti e la grande storia del paesaggio europeo - Schola Palatina

A Brescia, nel museo di Santa Giulia, è in mostra fino alla fine di marzo la storia del paesaggio moderno in Europa degli Impressionisti. Quasi trecento dipinti (perlopiù mai esposti in Italia) testimoniano l’evoluzione del linguaggio paesaggistico quale definizione fondante del rapporto dell’uomo con la natura.

La natura è ciò che il mondo ci presenta. Il paesaggio è ciò che l’uomo presenta della natura. Numerosi scritti di poeti e studiosi hanno, nel corso di due secoli, approfondito una linea artistica capace di toccare l’esteriorità delle cose naturali e le profondità dell’animo umano.

Dopo le rivoluzioni che hanno chiuso il XVIII secolo (quella industriale sorta in Inghilterra e quella francese), l’Ottocento dell’arte si apre all’insegna di correnti e definizioni stilistiche e sostanziali molto forti. Le teorie sorgono e si infrangono continuamente in un clima mutevole dal punto di vista sia politico sia culturale. La figura dell’artista è in perpetua evoluzione e la sua posizione all’interno della società e della natura è variabile. Grandi opposti si scontrano.

Il Romanticismo nascente nei primi vent’anni del nuovo secolo si misura con la cultura classicista, che tende a recuperare forme antiche. Un’arte metodicamente scientifica si contrappone a un lirismo sempre crescente. La purezza formale delle Accademie procede di pari passo con gli spiriti più innovatori e le nuove tendenze. La rappresentazione del paesaggio è parte integrante di questi cambiamenti e emerge, certo osservata meno rispetto ai grandi temi storici e religiosi, nel panorama delle vicende artistiche.

Ma verso la fine del XVIII secolo le considerazioni sui generi artistici iniziavano a subire importanti modifiche. Nel 1794 il poeta tedesco Schiller scriveva in un saggio che l’arte del paesaggio poteva essere paragonata alla musica, perché il suo accostamento morbido dei colori, pari a quello dei suoni, risvegliava i moti dell’animo.

Turner e Constable

La mostra è introdotta da una prima sezione sulla pittura inglese a olio e ad acquarello dei primi dell’Ottocento. Turner e Constable sono contemporanei eppure molto lontani tra di loro per quanto riguarda il modo di vivere e la poetica dei loro quadri.

Constable fu subito affascinato dalla natura: «il paesaggio è la mia amante» scrisse alla moglie durante il corteggiamento. Ma la sua passione aveva una vena scientifica, da ricercatore. Tutta la sua pittura è in realtà costantemente in bilico tra indagine meticolosa e afflato lirico. Pensava anzi che la pittura di paesaggio dovesse essere considerata parte della filosofia naturale, e i quadri visti come esperimenti.

L’opera di Turner, a confronto con il delicato descrittivismo di Constable, ha una forza prorompente; vi si legge un abbandono completo all’interiorità capace di trasfigurare i dati oggettivi. Il sentimento domina e rende soggettiva la natura. L’emotività individuale costituisce nuove simbologie. E ogni paesaggio viene ora filtrato da un senso di paura, di angoscia, di nostalgia, di dolcezza, di sorpresa.

Sebbene sia stato spesso avversato, alla sua morte, avvenuta il 19 dicembre del 1851, un necrologio dell’“Athenaeum” riportava questo elogio: «il massimo dei nostri paesaggisti, più grande di Wilson, più grande di Gainsborough (…) Sarà riconosciuto degno di stare accanto a Claude [Lorrain] e Poussin». Anche se bisogna ricordare che gli elogi si riferiscono solitamente alle opere iniziali, quelle che lo portarono alla gloria giovanissimo, e meno ai lavori successivi al 1830, che vedono più forte la sperimentazione e il soggettivismo.

Il paesaggio storico di pittori francesi

Fino agli anni Quaranta del XIX secolo il paesaggio storico di pittori francesi quali Valeciennes, Michallon, Bertin, fu il più importante riferimento per una cultura neoclassica legata all’Accademia. L’aspirazione a osservare la natura e possibilmente migliorarla era la spinta che quei giovani pittori si erano data alla fine del XVIII secolo per giustificare l’uso dell’immaginazione asservita agli ideali del bello classico. E la loro vicinanza anche agli argomenti scientifici dell’enciclopedia rendeva più metodica e sostanziale la ricerca dell’armonia e di un equilibrato estetismo.

Ma la natura dipinta doveva necessariamente essere credibile: perciò lo stesso Valenciennes esigeva la pratica della pittura all’aperto, en plein air. Corot dipingeva fuori, all’aria, e aveva contemporaneamente una produzione più consona alla cultura ufficiale, adatta ai Salon parigini. Quei quadretti meravigliosi dipinti dal pittore durante il suo primo viaggio in Italia (1825-1828) erano considerati da lui stesso prove, tentativi, espressioni di una pittura più personale, non adatta al vasto pubblico.

La scuola di Barbizon

La scuola di Barbizon deriva la propria definizione dal testo di un antiquario scozzese di nome Thomson e risale alla fine dell’Ottocento. Il gruppo di artisti, che si incontrava per dipingere all’aperto nella foresta di Fontainebleau, a sud est di Parigi, aveva effettivamente base nel piccolo villaggio di Barbizon. I loro raduni continuarono dal 1830 fino al 1870.

Alcuni dei nomi più importanti sono: Rousseau, Millet, Dupré, Diaz, Daubigny, Corot, d’Aligny (anche se va ricordato che gli ultimi due erano visitatori e non esattamente appartenenti alla scuola). Poi intorno agli anni Sessanta una nuova generazione di artisti cominciò a frequentare quei luoghi: erano Monet, Renoir, Sisley, Pissarro, coloro che avrebbero iniziato la fondamentale strada del paesaggio impressionista.

La vita quotidiana, la natura, la società erano tematiche mutuate dalla poetica del realismo teorizzata dal pittore Courbet alla metà del secolo.

Gli impressionisti

Nel 1874 si tenne la prima esposizione impressionista in cui gli aderenti si presentarono per la prima volta come “gruppo”; ne facevano parte, oltre ai già citati, anche Degas, Morisot e Guillamin. Lo scandalo fu grande. Quella pittura luminosa, colorata che raccontava fatti reali, quotidiani e rappresentava oggetti semplici sconcertava. Il termine “Impressionismo”, in origine dispregiativo, fu adottato perché in grado di definire efficacemente la sensazione data da quel tipo di pittura.

Ancora negli anni Ottanta del XIX secolo al Salon i quadri di Monet e di Renoir venivano appesi in alto come si faceva con le opere di scarso valore.

L’esposizione di Brescia fornisce in questa sezione una vasta scelta di opere dei grandi impressionisti e di artisti che sono naturali emissari di quel movimento: esse rappresentano villaggi, cattedrali, fiumi, campi, foreste, la città di Parigi, i porti, il mare.

Si susseguono i nomi di Daubigny, Dupré, Pissarro, Sisley, Caillebotte, Guillaumin, Courbet, Manet, Cézanne, van Gogh, Gauguin. Infine sono raggruppate le opere dipinte durante i viaggi da Monet. Una grande varietà che inebria di colori e di forme, e che lascia come un senso di nostalgia. D’altronde, come osservò Constable, «il paesaggio non è altro che una parola per dire sentimento».

Il giardino

L’ultima sezione, a chiusura dell’esposizione, è dedicata alla raffigurazione del giardino. «L’artista intelligente procede come un giardiniere che innesta su un tronco delle specie di migliore qualità» asserisce Winckelmann nella sua Storia dell’Arte. Il termine pittoresco si riferisce sia all’arte pittorica che alla composizione dei giardini “all’inglese”: entrambe si occupano della natura e entrambe ricercano dei criteri armonici.

Il giardino può diventare luogo della creazione, orto, hortus conclusus, luogo sacro, rifugio dall’imperfezione del mondo esterno. Nella natura si ricerca un senso superiore, che non sfocia in questo caso nel desiderio del trascendente, ma in un diffuso sentimento panico.

Tutte queste cose può rappresentare effettivamente il concetto di giardino alla fine dell’Ottocento. Per Monet alla fine era un posto appartato in cui egli generava continuamente il senso della sua esistenza, il dipingere.Il giardino diviene in un certo senso il mondo, il tempo, in grado di raccogliere la storia dell’uomo e di serbarla nel silenzio.

FONTE: Radici Cristiane n. 22

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