Lorenzo Monaco, raffinato “pittore degli angeli”

Lorenzo Monaco, raffinato "pittore degli angeli" - Schola Palatina
FONTE IMMAGINE: Le Gallerie degli Uffizi (https://www.uffizi.it/)

Pietro di Giovanni, meglio conosciuto come Lorenzo Monaco (1370c.-1425c.), nacque con ogni probabilità a Siena (anche se non si hanno notizie certe a riguardo), e si trasferì a Firenze dal 1390 dove entrò nel monastero camaldolese di Santa Maria degli Angeli. Quando professò gli ordini mutò il proprio nome e da tutti venne sempre chiamato Lorenzo degli Angeli. Solo nell’Ottocento gli fu assegnato definitivamente lo pseudonimo di Lorenzo Monaco con cui lo distinguiamo ancora oggi.

Egli si dedicò alla pittura conscio della ricca tradizione fiorentino-senese e sensibile alle novità che cominciavano a diffondersi nella cultura artistica fiorentina. Fu un eccezionale miniatore, oltre che esecutore di grandi pale d’altare e di tavolette devozionali atte all’uso privato. Ma in ogni caso la sua arte è un «pulpito per prediche devote».

I soggetti sacri, la spiritualità che pervade le scelte iconografiche, fanno sì che contemplando la sua pittura si trovi forse più facilmente la via della preghiera. A tale visione artistica è strettamente legata la prima attività del grande Beato Angelico (anch’egli peraltro uomo di chiesa).

Lorenzo Monaco e l’influenza del Ghiberti

Se nei primi dipinti di Lorenzo Monaco è possibile individuare i giusti debiti nei confronti della tradizione successiva a Giotto, con il passare degli anni il richiamo di stilemi propriamente tardo gotici, raffinati nelle forme e nei colori, avvicinano Lorenzo degli Angeli ad artisti quali Gherardo Starnina (certo più mondano del Nostro) e Lorenzo Ghiberti.

Quest’ultimo nel 1401 partecipò, ottenendone la commissione, al concorso indetto a Firenze dall’Arte di Calimala (la corporazione dei drappieri) per l’esecuzione della Porta Nord del Battistero. La vicenda è nota: le due formelle di bronzo, raffiguranti la scena del sacrificio di Isacco, presentate come saggio dal Ghiberti e dal suo diretto avversario Filippo Brunelleschi, poste a confronto fra di loro sintetizzano i nuovi indirizzi dell’arte a Firenze in quel particolare momento.

Brunelleschi sviluppa una scena movimentata, fortemente espressiva. Il paesaggio non trova spazio, mentre sulla scena campeggiano i personaggi con la loro umanità e tensione. L’angelo afferra violentemente il braccio di Abramo, il corpo di Isacco è contorto e nervoso. Tutto si sta svolgendo nel momento in qui lo spettatore osserva.

L’immagine realizzata da Ghiberti è invece parte di un racconto, non accade in quel momento. La composizione è più equilibrata e raccolta. Il paesaggio roccioso ospita i personaggi che, in questo caso, non vivono drammaticamente l’evento, ma sono rappresentazione della storia sacra. Le linee morbide sono prive di spezzature e permettono una visione armonica e serena dell’insieme.

Uno stile tardo gotico

Questo tipo di eleganza e di attenzione ghibertiana alla modulazione delle linee in una raffigurazione artistica la ritroviamo nella pittura di Lorenzo degli Angeli. Egli, che non può certo essere definito un esponente del gotico “internazionale” (considerati gli accenti profani che tale corrente inseriva anche all’interno di scene a soggetto sacro), è tuttavia fortemente “tardo gotico” nello stile elegante e nelle forme inarcate e aggraziate delle figure e delle architetture.

I colori che il pittore adopera sono chiari, a volte acidi, cangianti, ricchi di filamenti dorati che a volte si intrecciano in ricami raffinatissimi. Ma questo gusto cortese per il dettaglio lussuoso si mescola a una visione ascetica della vita. L’ordine camaldolese cui l’artista apparteneva, fondato dal benedettino San Romualdo, era strettamente legato all’esperienza anacoretica.

Se si presta una particolare attenzione ai paesaggi di Lorenzo Monaco, si può notare come egli accolga il naturalismo gotico, ma sfrondandolo di ogni ornamento; vengono eliminati i motivi floreali e gli animali, per lasciare solo le rocce e la terra brulla.
Il misticismo e l’ascesi sono predominanti ad esempio nella predella conservata al Museo di San Marco a Firenze. In una delle tre tavole è narrata la vita di Sant’Onofrio, eremita per circa sessant’anni nel deserto egiziano. L’atmosfera è magnetica e profondamente spirituale, in grado di toccare alte vette di lirismo, seppur a scapito a volte dell’elemento naturalistico.

Il pittore deve comunque aver goduto di una certa libertà, dovuta alla vicinanza all’ordine di dotti umanisti, che gli permise di lavorare anche per committenze esterne al monastero. Si conservano oggi, oltre ai dittici da viaggio e alle tavole dipinte, i meravigliosi codici miniati decorati dall’artista con raffinatissima tecnica nell’arco di molti anni.

L’Adorazione dei Magi

L’opera forse più nota della tarda produzione di Lorenzo degli Angeli è la grande Adorazione dei Magi, oggi conservata agli Uffizi, dipinta nel 1423 circa. I re porgono i loro doni al Salvatore, seguiti da una corte di eleganti cavalieri dalle figure allungate e sottili. Lo spazio è attraversato da una sorta di movimento curvato in netto contrasto con le rocce scarne e frastagliate sullo sfondo e con la lineare architettura che, sostituendo la capanna, diviene prefigurazione simbolica della Chiesa. Dunque non naturalismo, bensì ornato spiritualismo.

Le ultime opere dell’artista lasciano intravedere, in alcuni dettagli stilistico-formali, le novità dell’imminente rinascimento fiorentino dettate da Masaccio e da Beato Angelico: una maggior solidità delle figure, una più insistita ricerca spaziale e un uso gradualmente più consapevole della luce.

Ma nonostante tutto, ciò che si ricorda della pittura di Lorenzo degli Angeli è il sapiente miscuglio di eleganza lineare e di colorismo raffinato in grado di far fiorire la preghiera nell’animo umano davanti a tanta serena bellezza.

FONTE: Radici Cristiane n. 19

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