Luce e colori del Veronese

Luce e colori del Veronese - Schola Palatina

Paolo Caliari detto il “Veronese” (1528-1588) venne definito nel Seicento dallo storico narratore Marco Boschini il «tesoriero della pittura». A questo eccezionale artista il Museo Civico di Verona, con la collaborazione dell’Università cittadina e della Soprintendenza, ha dedicato una coraggiosa mostra monografica, comprendente 61 dipinti e 46 disegni.

La difficoltà di un’operazione di questo tipo la si incontra nell’evidente impossibilità di trasportare alcune delle opere più rappresentative e importanti del corpus di Veronese: le imponenti decorazioni realizzate nelle ville, come gli affreschi di villa Barbaro a Maser, le monumentali cene dipinte, i soffitti decorati di Palazzo Ducale e della Libreria Marciana e l’intero apparato decorativo della chiesa di S. Sebastiano a Venezia.

Questa difficoltà ha effettivamente impedito negli ultimi decenni la realizzazione di un grande progetto, che omaggiasse appropriatamente il grande pittore, se si escludono esposizioni parziali e molto selezionate della sua opera. Oggi, sotto la guida di Paola Marini e Bernard Aikema, l’idea è divenuta realtà proprio nella città natale di Paolo Caliari, con il supporto del mezzo tecnologico, che permette in sede espositiva di far girare un video integrativo che mostri le opere monumentali non presenti.

Inoltre l’ipotesi ricostruttiva presentata in quest’occasione della perduta decorazione nella villa Soranzo di Castelfranco, oltre all’invito a visitare i luoghi nella città e nelle vicinanze che conservano ancora i dipinti dell’artista, in un ricco e colto itinerario alla scoperta dei tesori regionali, rende l’intera mostra un’operazione globale e moderna, in grado di unire lo sforzo scientifico e documentaristico al concetto interattivo di sopralluogo.

Il Veronese: dalla formazione ai lavori importanti

Il Veronese proveniva dall’entroterra veneto e con disinvoltura si inserì nel panorama artistico, che comprendeva i protagonisti della pittura veneziana, differenziandosi significativamente dalla linea dominante determinata dall’arte di Bellini e poi Tiziano. La sua formazione si svolse a Verona, dove secondo le fonti, studiò presso la bottega di Antonio Badile III (1518 circa – 1560), anche se già in età precoce i riferimenti figurativi del giovane sembrano avvicinarsi maggiormente agli esempi di Mantegna e Bellini, con un occhio anche a Tiziano, piuttosto che alle espressioni del suo maestro di bottega. Costui tuttavia agì da tramite nell’inserire il suo pupillo negli ambienti più vivaci culturalmente della vita cittadina, come il cenacolo orbitante intorno alla figura del vescovo Gian Matteo Giberti. In questo ambiente Paolo ottenne le sue prime committenze dalle famiglie nobili del luogo.

Come suo primo lavoro datato con certezza viene identificata la Resurrezione della figlia di Giairo (1546 ca.) per la cappella Avanzi in S. Bernardino a Verona, opera perduta di cui ci rimane una copia oggi conservata al Louvre. Qui sono già presenti alcune della caratteristiche principali della pittura veronesiana. La scena, suddivisa in due sezioni, interno ed esterno dialoganti tra loro, fa muovere eleganti e affusolate figure su uno sfondo costituito da un loggiato classico, elemento ricorrente all’interno delle composizioni successive del pittore.

Mentre nella resa dei personaggi si osserva un riferimento esplicito alle soluzioni elaborate da un pittore come Parmigianino, per il fondale monumentale è evidente invece la conoscenza delle creazioni degli architetti Giovanni Maria Falconetto, suo conterraneo e autore della Loggia Cornaro a Padova, e Jacopo Sansovino, fiorentino di nascita, nonché massimo architetto della Repubblica veneziana.

La cultura veneta, sia architettonica sia pittorica, permea dunque le raffigurazioni del giovane Veronese, fin dalle sue prime prove; a ciò si aggiunge una gamma cromatica già brillante e accordata su toni chiari, in grado di legare perfettamente ogni elemento della composizione. In queste opere la storia è narrata secondo una concezione profondamente vicina alla cultura centro-italiana, ove predomina l’assetto teatrale che accompagna lo spettatore senza sobbalzi verso tutti gli snodi narrativi.

Si nota qui la profonda differenza con le opere dell’altro grande pittore veneto contemporaneo, Jacopo Tintoretto, in cui una vertiginosa e obliqua organizzazione spaziale catturava l’attenzione dello spettatore in un turbinio di movimento. Con Paolo Veronese assistiamo a un’operazione opposta, in cui emerge una concezione antica del racconto.

Le composizioni elaborate in quel periodo proseguirono quel percorso di definizione della sua pittura, che lo portò ad essere ammiratissimo dalla committenza veneta più esclusiva; tra le molte opere ricordiamo qui la grande pala per la cappella Bevilacqua Lazise nella chiesa francescana di S. Fermo a Verona (1546 ca.) o la drammatica pala con le Tribolazioni di sant’Antonio Abate (1552-1553) realizzata su commissione del cardinale Ercole Gonzaga per il duomo di Mantova e chiaramente ispirata alla sala dei Giganti di Giulio Romano in Palazzo Te. Queste pitture monumentali e illusionistiche divennero sempre più richieste da famiglie in vista come i Da Porto di Vicenza o come i Soranzo, i Pisani e, più tardi, i Barbaro di Venezia.

Questa élite di famiglie committenti guidarono il gusto locale verso la riscoperta di una forma di classicismo rinnovato, luminoso e vitale, discosto dalle tradizioni figurative più visceralmente veneziane. A questa “renovatio” parteciparono grandi artisti del tempo come Andrea Palladio, Michele Sanmicheli e Paolo Veronese, appunto.

Tra colore e classicismo

Su questa impostazione formale classicista, il pittore cominciò a sviluppare già alla metà degli anni Cinquanta un sempre più virtuosistico illusionismo nei soffitti affrescati, attitudine che lo rese famoso e richiestissimo come decoratore delle più belle ville e palazzi veneti. Le sue volte prospettiche erano concepite come sofisticate fusioni tra scenografie architettoniche e audaci figure riprese di sottinsù.

Su questi complicati impianti figurativi, il colore di Veronese spicca all’interno della cultura pittorica veneta del Cinquecento per la sua luminosità, per la scelta di toni sempre più pastello, stesi sull’intonaco, quasi fosse una tela; il modo di creare luci e ombre, realizzato secondo una raffinata sovrapposizione di velature cromatiche, ricorda agli studiosi la tecnica del chiaroscuro adoperata nelle stampe del tempo (come ad esempio quelle di Ugo da Carpi o di Antonio di Trento, rispettivamente attivi fino al 1532 e al 1550), certamente studiate dal pittore.

In conclusione, dopo molto studio e innumerevoli tentativi, Veronese raggiunse tra il 1550 e il 1560, in ogni categoria pittorica – dall’affresco alle pale sacre alla ritrattistica – un successo enorme presso i suoi contemporanei, destinato a crescere nel tempo. Tanto che quasi un secolo più tardi il pittore e scrittore Carlo Ridolfi scrisse di lui nel suo Le meraviglie dell’Arte (1648): «Hebbe ancora per intento d’imitar la natura, fine, che si propone ogni pittore… Ma essendo Paolo di genio nobile, ne appagandosi di ordinarie forme, più bella la dipinse». E in questo concetto riscopriamo il senso profondo del classicismo di Veronese: rendere, dipingendo, ancora più bella la Natura.

FONTE: Radici Cristiane n. 98

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