Il Cristianesimo: l’unica religione che davvero valorizza il corpo umano

Il Cristianesimo: l'unica religione che davvero valorizza il corpo umano - Schola Palatina

Il Cristianesimo valorizza il corpo umano?
San Bernardo di Chiaravalle, grande mistico medioevale, dice in una sua epistola, la numero 11: “Poiché siamo carnali, Dio fa che il nostro desiderio e il nostro amore comincino dalla carne.

Parole che suonano strane per chi pensa che il medioevo sia stata un’epoca spiritualista.

D’altronde ciò non deve meravigliare perché l’antropologia cristiana parla chiaro: l’uomo non è solo la sua anima, ma è anche il suo corpo. Certo, l’anima deve governare il corpo, ma questo (cioè il corpo) è parte integrante della persona umana.

Nel Cristianesimo è facile distinguere ciò che costituisce valore da ciò che invece non lo è. Tutto ciò che Dio ha voluto e creato è valore, è “cosa buona” come dice Genesi al capitolo 1.
Non è valore, invece, ciò che è conseguito al peccato. Così, il corpo è un valore perché voluto e creato da Dio e non è una conseguenza del peccato. Conseguenza del peccato è la corruzione del corpo, non il corpo.

Mentre Dio ha voluto l’angelo come essere libero ed intelligente, ma di natura esclusivamente spirituale, ha voluto invece l’uomo come essere ed intelligente, ma sintesi di corpo e anima.

L’uomo è un’unione sostanziale di spirito e di corpo. Né lo spirito, né tantomeno il corpo, costituiscono elementi accidentali, ma sono indispensabili affinché l’uomo sia.

L’uomo – scrive san Giustino (100-162) – è forse altra cosa che un animale ragionevole composto di corpo e di anima? O forse l’anima, presa separatamente, è l’uomo? No assolutamente! Si chiamerà il corpo dell’uomo. Quindi, se nessuna di queste cose, prese separatamente, è l’uomo, solo quello che è composto delle due cose si chiamerà uomo (…).” (De resurrectione 8).

E così l’antropologia cristiana può a pieno diritto parlare di resurrezione dei corpi; perché per essa il corpo costituisce valore, perché per essa Dio vuole e crea il corpo, perché per essa l’uomo è tale nell’unione di spirito e corpo.

Per questa antropologia si deve restaurare quello ch’era il progetto iniziale di Dio. Ricordiamo che la morte, come separazione dell’anima dal corpo, non era nel progetto iniziale di Dio, bensì è una conseguenza del peccato originale. Insomma, l’uomo non deve essere nell’eternità solo in spirito, ma in spirito e corpo, perché l’uomo è unione sostanziale di spirito e corpo.

Il Cristianesimo e la positività del corpo

Nel Cristianesimo la positività del corpo viene maggiormente affermata con l’Incarnazione. Dice san Gregorio di Nazanzio (329-390): ”(…) in considerazione di colui che tale unione ha stabilito e realizzato, dovrò abbracciare il corpo come un amico.” (Discorsi 14,6-8)

Altro che prigione dell’anima, altro che zavorra da cui liberarsi quanto prima! Il corpo umano ha un valore così alto che Dio stesso lo prende, lo fa proprio.

Dio – pur essendo Dio – ha avuto bisogno di mangiare e di bere. Dio ha avuto un corpo reale.

Sant’Ignazio di Antiochia (35-107), nella sua Lettera ai cristiani di Tralli, evidenzia tutta la carnalità di Cristo. Il Cristo che morì sulla Croce e risorse, ma anche il Cristo che mangiò e bevve: “Turatevi le orecchie quando qualcuno vi parla d’altro che non sia Gesù Cristo, della stirpe di Davide, figlio di Maria, che realmente nacque, mangiò e bevve. Realmente fu perseguitato sotto Ponzio Pilato; realmente fu crocifisso e morì, sotto gli occhi degli abitanti del cielo, della terra e degli inferi. Egli realmente risorse dai morti perché il Padre suo lo risuscitò.” (9,1-2)

Il corpo nel Cristianesimo e la sua dimensione morale

Va detto, inoltre, che nel Cristianesimo, la corporeità rientra a pieno titolo nella dimensione morale. Corpo e anima non sono separabili: si salvano o si perdono insieme. L’uomo perde la salvezza non solo per peccati di fede, ma anche per peccati corporali: “Non illudetevi: né immorali, né idolatri, né adulteri, né effemminati, né sodomiti, né ladri, né avari, né ubriaconi, né maldicenti, né rapaci erediteranno il regno di Dio.” (1 Corinzi 6,9-10).

E non solo l’attività corporale è via di santificazione. Anche l’aiuto al corpo lo è. Il Cristianesimo parla di opere di misericordia corporale, doverose per meritare il paradiso. ”(…) difendiamo – decreta il Concilio di Trento – l’insegnamento della legge divina, che esclude dal regno di Dio non soltanto gli infedeli, ma anche i fedeli impuri, adulteri, effeminati, sodomiti, ladri, avari, ubriaconi, maledici, rapaci e tutti gli altri che commettono peccati mortali, da cui con l’aiuto della grazia potrebbero astenersi e a causa dei quali vengono separati dalla grazia del Cristo.” (Sessione VI, Decreto Cum hoc tempore, Capitolo XV).

C’è poi un’altra cosa che vale la pena ricordare. L’Incarnazione non è un evento provvisorio. Il Verbo, incarnandosi, ha preso una natura che conserverà per sempre. In questo preciso momento, in Paradiso, il Verbo è incarnato e lo sarà per sempre. Non si può negare il fatto che tale verità si traduca in una -seppur indiretta – valorizzazione del corpo umano. La seconda persona della Trinità, che deve essere adorata, deve esserla anche nel suo corpo umano.

Una verità del genere è peculiare solo al Cristianesimo. Solo il Cristianesimo, infatti, dice che Dio si è veramente incarnato e si è incarnato per sempre. Per l’eternità!

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