Il “Poussin” dei Napoletani

Il “Poussin” dei Napoletani - Schola Palatina

Del pittore Bernardo Cavallino, il “Poussin” dei napoletani, le notizie sono pochissime. Poco altro si sa, oltre alla data di nascita, 1616, ed al fatto che tutta la sua carriera si svolse a Napoli, eseguendo soprattutto pitture da cavalletto per sofisticati committenti e collezionisti. Si presume che la sua morte sia avvenuta nel 1656, durante l’epidemia di peste.

Bernardo Cavallino: realismo e classicismo

Nel suo stile si fondono il realismo di Caravaggio – che, nei suoi due soggiorni a Napoli del 1606/1607 e 1609, aveva lasciato in città un segno indelebile e duraturo – insieme al classicismo raffinato di artisti stranieri, come il francese Poussin. Non per nulla dai suoi contemporanei il Cavallino veniva soprannominato “il Poussin dei napoletani”. Questa commistione tra due linguaggi diversi, ma non inconciliabili, si riscontra anche in questa tela di poco più di un metro per lato, eseguita probabilmente attorno al 1650, nella fase più tarda della carriera dell’artista.

La scena narra dell’incontro miracoloso tra sant’Antonio da Padova e il Bambin Gesù, avvenuto mentre il santo era in preghiera nella sua cella costruita presso un albero di noce e annessa al convento della chiesa di San Giovanni Battista (e Sant’Antonio), nel piccolo centro di Camposampiero, in provincia di Padova. Si tratta di un miracolo avvenuto poco prima della sua morte giunta nel 1231, testimoniato dal conte Tiso, signore del luogo, che giunto una sera presso la cella del santo ne vide scaturire una grande luce. Spalancò quindi la porta temendo un incendio, ma si trovò di fronte Antonio, mentre stringeva tra le sue braccia il bimbo Gesù.

L’antefatto

La tela però racconta l’antefatto di quello che il conte vide con i suoi occhi. Ossia il momento precedente il definitivo abbraccio, quello in cui Antonio, fino a quel momento assorto nella preghiera e nella meditazione sui testi sacri, vide apparire di fronte a lui il bimbo Gesù. Il volto del santo è un perfetto connubio tra l’eleganza classico-poetica, riscontrabile nella sua giovinezza pura, nello sguardo estasiato e trasognato e nel forte equilibrio dei colori, con il notevole realismo di alcuni dettagli.

Il rossore della pelle accesa di emozione, la bocca semiaperta dagli angoli leggermente ricurvi, l’orecchio descritto sulla base di modelli reali e non idealizzati, e poi ancora, nel vestito, il dettaglio del cordone francescano, che è un semplice e ruvido spago annodato più volte e infine, sul leggio, il libro più grande sollevato, per maggior comodità di lettura, su un tomo più piccolo. Sono tutti dettagli, che in una composizione fortemente sobria ed essenziale avvicinano il santo allo spettatore, creando un effetto di empatia oltre che di profonda emozione e partecipazione.

Accogliere Gesù

Cosa accadrà di lì a poco? Le braccia istintivamente e spontaneamente spalancate del santo esprimono il suo desiderio di accogliere Gesù – un abbraccio segno dell’unione mistica tra Antonio e il Signore – e quindi preludono con chiarezza alla tenera scena, che di lì a poco si presenterà di fronte agli occhi del conte Tiso. Alla testimonianza di Tiso fa riferimento anche la luce, che entra improvvisamente nel buio della cella da sinistra, e illumina soltanto il santo, il libro e il divino infante, lasciando nel buio più profondo tutto il resto, manifestando così il suo carattere soprannaturale.

Davvero originale è la soluzione trovata dal Cavallino per presentare Gesù, che giunge improvvisamente. L’iconografia usuale di questa parte della scena solitamente raffigurava l’infante seduto sulle nuvole, trasportato da alcuni angeli. Invece qui Gesù è da solo e giunge sì su una nuvola – il che serve a far capire che la sua è una presenza miracolosa –, ma non sono gli angeli a trasportarla, bensì è la nuvola stessa che si presta a diventare un piccolo e soffice destriero su cui il Bambino è a “cavalluccio”.

Umanità e Divinità

Il dettaglio da una parte fa acquistare un sentimento di tenerezza all’insieme, inducendo lo stesso spettatore a compiere il medesimo gesto spontaneo di accoglienza del santo, dall’altra pone, combina e manifesta la concreta umanità di Gesù – che si comporta come un vero bambino giocoso – con la sua divinità, che traspare nel gesto di benedizione da lui compiuto e nel suo sguardo concentrato.

Anche la posizione del fiore di giglio, un attributo tradizionale di sant’Antonio e simbolo della sua purezza, è inusuale. Solitamente viene posto accanto al santo, se non addirittura tenuto in mano da lui stesso. In questo caso invece è il bimbo Gesù che lo trattiene con sé. Questa soluzione inusuale fa acquisire per intuizione alla scena una connotazione mariana, associandola allo schema iconografico dell’Annunciazione della Vergine, dove è l’arcangelo Gabriele che si presenta a Maria con il fiore di giglio in mano. Un’associazione, che rafforza il carattere sacrale di questa scena, al contempo intima e gloriosa.

FONTE: Radici Cristiane n. 164

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