Andare al vero Presepe

Andare al vero Presepe - Schola Palatina

La Sacra Liturgia ci conduce nel cuore della festa cristiana del Natale di Gesù Cristo, rompendo il silenzio della notte ed annunciando l’Atteso dei secoli. Invitandoci ad andare in fretta, come i pastori, ad adorare Gesù presente col Suo Corpo, con la Sua Anima e con la Sua Divinità nell’Ostia Santa, accogliendoLo con fervore nel nostro cuore in spirito di devozione e riparazione e servendoLo ogni giorno.

Per essere condotti al cuore della festa cristiana del Natale di Gesù Cristo, non c’è miglior guida della sacra Liturgia. Ci lasceremo pertanto guidare dalle antifone ad introitum, le quali caratterizzano le tre Messe che, per antica tradizione, il sacerdote è chiamato a celebrare nel giorno dell’Incarnazione: la Messa della notte, dell’aurora e del giorno. Con queste parole la Chiesa prega e trasmette il genuino spirito con cui accostarsi misticamente alla grotta di Betlemme per adorare il Re dei re.

«Filius meus es tu»

Dóminus dixit ad me: Fílius meus es tu, ego hodie genui te – Il Signore mi ha detto: “Tu sei mio Figlio, io oggi ti ho generato” (ant. ad introitum, Messa della notte di Natale).

Le parole del salmista (Psalm. 2, 7) rompono il silenzio della notte, annunciando l’Atteso dei secoli: le promesse divine annunciate per bocca dei patriarchi, re e profeti trovano convergenza e realizzazione a Betlemme, ove la seconda Persona della Santissima Trinità, il Logos eterno col Padre e lo Spirito Santo, della stessa sostanza, maestà, potenza e gloria, assume la natura umana, nascendo da Maria Vergine.

Nasce nella storia, perché la storia stessa possa trovare redenzione, senso e scopo. In Lui l’uomo torna ad alzare gli occhi verso l’eternità; per mezzo di Lui il Paradiso perduto a causa del peccato originale diventa la meta a cui tendere; assieme a Lui non vi è istante dell’esistenza umana che non possa trovare consolazione. «È nato oggi per noi il Salvatore», commenta sant’Agostino. «È sorto pertanto oggi su tutto il mondo il vero sole. Dio si è fatto uomo perché l’uomo si facesse Dio. Perché il servo si cambiasse in padrone, Dio prese la condizione di servo. Abitò sulla terra l’abitatore dei cieli perché l’uomo abitatore della terra potesse trovar dimora nei cieli. È nato per noi oggi il Salvatore. Venne al mondo sottoponendosi alle prescrizioni della legge che doveva essere superata; nato dal Padre perennemente, dalla Madre una volta.

Noi possiamo infatti registrare due natività del Signore nostro Gesù Cristo: anzitutto quella divina, poi quella umana, ma l’una e l’altra senza dubbio mirabili; quella perché mancò l’intervento della madre, questa perché mancò quello del padre; una eterna, per creare gli uomini nel tempo, l’altra nel tempo, per darci l’eternità. Egli dunque come Dio è uguale al Padre, e ancora lui, come servo, è soggetto al Padre. Il Creatore dei tempi è nato nel tempo: e si è fatto tanto piccolo da poter essere dato alla luce da una donna; ma rimase comunque tanto grande da non rimanere separato dal Padre» (serm. 371, 1).

La natura divina e quella umana coesistono nella persona di Gesù Cristo: l’hodie del salmo, applicato alla celebrazione liturgica, esprime con chiarezza la duplice generazione, quella divina, ab aeterno, nel mistero intratrinitario; quella secondo la carne, per opera dello Spirito Santo nel grembo della Madonna.

Il Natale del Signore ci sproni a piegare le ginocchia di fronte a questo Mistero d’Amore, cosicché Egli abbia a nascere nel nostro cuore e così a regnare nella nostra vita, in attesa che ci faccia nascere un giorno alla vita gloriosa nei cieli.

«Natus est nobis Dominus»

Lux fulgebit hodie super nos: quia natus est nobis Dominus: et vocabitur Admirabilis, Deus, Princeps pacis, Pater futuri saeculi: cuius regni non erit finis – La luce splenderà oggi su di noi: poiché ci è nato il Signore: e si chiamerà Ammirabile, Dio, Principe della pace, Padre per sempre: e il suo regno non avrà fine (ant. ad introitum, Messa dell’aurora di Natale).

Il profeta Isaia, dietro ispirazione divina, annuncia che le tenebre dell’errore, del peccato, della morte avranno un termine. Dio, Onnipotente e Misericordioso, non ha dimenticato il Suo popolo; anzi Egli stesso verrà a visitarlo come un sole che sorge dall’alto, per risplendere su quelli che stanno nelle tenebre e nell’ombra di morte e dirigere i loro passi sulla via della pace (cfr. Lc 1, 78-79).

La luce splende nelle tenebre, anche quando le tenebre non vogliono accoglierla, ci ricorda l’evangelista Giovanni nel prologo (Gv 1, 5). Gesù Cristo è la vera luce, che rischiara le menti e i cuori degli uomini di ogni tempo e di ogni luogo. Chi si lascia rischiarare da essa vede chiaramente i passi da compiersi nella vita terrena per giungere al regno eterno che non avrà mai fine, di cui parla il profeta. Pertanto, il Natale secondo la carne di Gesù Cristo intende preparare la nostra anima al secondo avvento del Signore, quando «Egli verrà a giudicare i vivi e i morti e il suo regno non avrà fine» (symb. Nic.-Const.). AttendiamoLo nella preghiera, nella pratica dei Sacramenti, nell’obbedienza alla sua Chiesa, nella carità operosa.

L’hodie (oggi) che la Liturgia ripete con insistenza è richiamo al fatto che in attesa dell’incontro definitivo col Signore, Egli viene a noi nei divini Misteri e nella Grazia: «Il Natale, infatti, non è un semplice anniversario della nascita di Gesù, è anche questo, ma è di più, è celebrare un Mistero che ha segnato e continua a segnare la storia dell’uomo – Dio stesso è venuto ad abitare in mezzo a noi (cfr. Gv 1,14), si è fatto uno di noi –; un Mistero che interessa la nostra fede e la nostra esistenza; un Mistero che viviamo concretamente nelle celebrazioni liturgiche, in particolare nella Santa Messa», commenta Benedetto XVI. «Questo avverbio di tempo, “oggi”, ricorre più volte in tutte le celebrazioni natalizie ed è riferito all’evento della nascita di Gesù e alla salvezza che l’Incarnazione del Figlio di Dio viene a portare. Nella Liturgia tale avvenimento oltrepassa i limiti dello spazio e del tempo e diventa attuale, presente; il suo effetto perdura, pur nello scorrere dei giorni, degli anni e dei secoli. Indicando che Gesù nasce “oggi”, la Liturgia non usa una frase senza senso, ma sottolinea che questa Nascita investe e permea tutta la storia, rimane una realtà anche oggi alla quale possiamo arrivare proprio nella Liturgia» (Udienza generale, Aula Paolo VI, mercoledì 21 dicembre 2011).

«Magni consilii Angelus»

Puer natus est nobis, et fílius datus est nobis: cuius imperium super humerum eius: et vocabitur nomen eius, magni consilii Angelus – Ci è nato un Bambino e ci è stato dato un Figlio, il cui impero poggia sulle sue spalle: il suo nome sarà Angelo del buon consiglio (ant. ad introitum, Messa del giorno di Natale).

È ancora Isaia a dare profetica concretezza alla nascita del Salvatore. E il Manzoni parafrasa poeticamente: «Ecco ci è nato un Pargolo,/ci fu largito un Figlio:/le avverse forze tremano/al mover del suo ciglio:/all’uom la mano Ei porge,/che sì ravviva, e sorge/oltre l’antico onor». Colui che è nato nasce per patire, per redimere, per salvare. Col suo Sangue versato «per la nostra salvezza» (symb. Nic.-Const.), Egli conquisterà a sé «uomini di ogni tribù, lingua, popolo e nazione» (Ap 5, 9), il Suo popolo, la Chiesa Cattolica, il Nuovo Israele di Dio.

Così i Padri della Chiesa leggevano la nascita di Gesù Cristo alla luce dell’intera storia della Salvezza che ha il suo culmine sul Calvario. Nelle assi della mangiatoia si intravvede già il legno della Croce.

In quel bambino nato esule in una sperduta cittadina della Giudea noi, esuli in questa valle di lacrime, riconosciamo, nella Fede, il Re sotto il cui vessillo, la Croce, è possibile trovare salvezza. Serviamolo nel tempo, per goderne la visione beatifica nell’eternità. «Dunque, chiunque tu sia che vuoi gloriarti del nome di cristiano, pondera con giusto giudizio la grazia di questa riconciliazione», ammonisce san Leone Magno. «A te, una volta prostrato ed escluso dal Paradiso, a te, destinato a morire ininterrottamente durante un lungo esilio e disperso alla stregua della polvere e della cenere, a te, senza speranza di vivere, è stata data con l’incarnazione del Verbo la facoltà di tornare, dal lontano luogo ove eri, al tuo Creatore, di riconoscere il tuo padre, di passare dalla servitù alla libertà, di essere innalzato dalla condizione di forestiero alla dignità di figlio. Così a te, nato dalla carne corruttibile, è stata data la facoltà di rinascere dallo Spirito di Dio e di ottenere per grazia ciò che non avevi per natura, in modo che riconoscendoti, mediante lo Spirito di adozione, come figlio di Dio, possa ardire di chiamare Dio tuo Padre. Ora che sei sciolto dal reato della cattiva coscienza, aspira al regno celeste; adempi la volontà di Dio, sostenuto dal divino aiuto; imita gli angeli sopra la terra; nùtriti della virtù di una sostanza immortale; combatti con sicurezza contro le tentazioni ostili in ossequio alla religione di Dio, e se avrai rispettato il giuramento della milizia celeste, sii certo che sarai incoronato per la vittoria nei campi trionfali dell’eterno Re, quando la risurrezione, preparata ai cultori di Dio, ti investirà per innalzarti alla società del regno celeste» (serm. 22, 5).

Andiamo pertanto con fretta, come i pastori, al vero presepe, l’Altare; Adoriamo Gesù presente col suo Corpo, Sangue, Anima e Divinità nell’Ostia Santa; accogliamoLo con fervore nel nostro cuore in spirito di devozione e riparazione; serviamoLo ogni giorno e con Lui regneremo per sempre. «En Cristo è nata nova creatura,/spogliato’l vecchio om, fatto novello;/ma tanto l’amor monta con ardura,/lo cor par che se fenda con coltello;/mente con senno tolle tal calura,/Cristo me trae tutto, tanto è bello!/Abbracciome con ello per amor sì claro:/Amor, cui anto bramo, famme morir d’amore» (Jacopone da Todi).

FONTE: Radici Cristiane n. 100

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