La Scala Santa

La Scala Santa - Schola Palatina

«Pilato allora rientrò nel pretorio, fece chiamare Gesù e gli disse: “Tu sei il re dei Giudei?”. Gesù rispose: “Dici questo da te oppure altri te l’hanno detto sul mio conto?”. Pilato rispose: “Sono io forse Giudeo? La tua gente e i sommi sacerdoti ti hanno consegnato a me; che cosa hai fatto?”» (Gv 18, 33-35).

Gerusalemme, Venerdì Santo: davanti a Pilato compare Gesù Cristo, condotto forzatamente dai sacerdoti ebraici e dalla folla, perché il procuratore romano lo condanni a morte. Pilato fa chiamare Gesù nel pretorio e inizia così il celebre “interrogatorio”. La tradizione devozionale vuole che Cristo si sia recato al cospetto di Pilato, percorrendo una ripida scala di 28 gradini, che Egli avrebbe consacrato con le gocce del suo sangue prezioso.

Quella stessa scala che l’imperatrice Elena, madre di Costantino, avrebbe trasportato a Roma nel 326, insieme a due colonne e tre porte dello stesso Pretorio. E l’imperatore avrebbe regalato a papa Silvestro I quella che sarebbe divenuta nota e venerata, fino ai giorni nostri, come Scala Santa o Scalae Pilati. Se ancora sub iudice è l’esatta collocazione del pretorio di Pilato (nel palazzo di Erode o nella fortezza Antonia), la scala percorsa dal nostro Redentore nelle ore supreme della sua esistenza terrena è custodita nel Patriarchio, il complesso di edifici lateranensi abitato dai sommi pontefici.

Da Cappella privata al Sancta Sanctorum

La prima menzione della cappella risale all’epoca di papa Stefano III (+ 772), quando è citata col nome di San Lorenzo in Palatio: era infatti la cappella privata dei pontefici.

Quindi, verrà poco tempo dopo chiamata Sancta Sanctorum, a causa del gran numero di preziose reliquie che vi si conservano, tra le quali ricordiamo i sandali indossati da Cristo, il seggio su cui assistette all’ultima cena, il bastone con cui fu percosso il suo capo coronato di spine, parte del suo sangue coagulato, e molte altre.

Su tutte domina la preziosa icona del SS. Salvatore, “achiropita”, cioè non dipinta da mani umane, secondo una tradizione medievale che l’attribuiva a san Luca coadiuvato da un angelo. Questa icona, vero centro del culto e dell’arte di tutta la cappella, è posta come pala dell’altare papale ed è menzionata per la prima volta nel Liber Pontificalis, al tempo del pontificato di Stefano II (752-757), quando si narra che il pontefice la portò personalmente, in spalla e scalzo, per le vie di Roma per scongiurare le incursioni longobarde del re Astolfo (756).

Attualmente l’aspetto gotico della cappella risale all’opera di Niccolò III, che dopo il terremoto del 1277 l’ha restaurata e arricchita di un ciclo di affreschi. Non est in toto sanctior orbe locus (Non vi è luogo più santo in tutta la terra) è la scritta apposta sull’architrave cosmatesco sovrastante l’altare che, dai tempi di Sisto V, ammonisce il pellegrino.

Di fronte al Sancta Sanctorum, nel 1589, venne dunque collocata la Scala Santa, degno coronamento di così prezioso tesoro di reliquie o meglio essa stessa vera e propria reliquia monumentale. Prima di allora, essa si trovava nel lato nord nel complesso dei fabbricati lateranensi ed era salita dai pellegrini ammessi alla benedizione del papa. Nell’ampio progetto di ristrutturazione del Patriarchio, voluto da Sisto V (1585-1590) e affidato a Domenico Fontana, per la Scala Santa non si trovò soluzione migliore.

Le cronache del tempo rivelano che il trasferimento della Scala Santa è stato effettuato in una sola notte, nel 1589, e che i gradini sono stati trasportati ad uno ad uno, in processione, al lume di ceri e torce, cantando salmi e pregando. I gradini furono posati a partire dall’alto, affinché non fossero calpestai dai piedi degli operai, cosicché si è ottenuto, nella nuova sistemazione, l’ordine inverso dei gradini: il primo dal basso è diventato l’ultimo in alto, il secondo dal basso il penultimo in alto e così via.

Nel 1723, per volontà di Innocenzo XIII (1721-1724), i gradini furono coperti con tavole di noce, per impedirne l’usura, ma vi praticarono delle feritoie dove la pietà dei fedeli affermava di scorgere tracce di sangue di Cristo sul secondo, undicesimo e ventottesimo gradino. Per agevolare l’afflusso dei fedeli, il Fontana vi affiancò altre quattro scale, ottenendo un rilevante effetto scenografico. Il complesso monumentale, dal 24 febbraio 1853 (const. ap. Inter plurima templa), venne affidato da Pio IX in perpetuum ai Padri passionisti, perché ne zelassero il culto e ne incentivassero la devozione. Vi fecero l’ingresso il 28 settembre del medesimo anno.

19 settembre 1870

Memorabile fu l’ultima visita fatta dal beato Papa il 19 settembre 1870, vigilia della presa di Roma. Egli la salì in ginocchio, con molto raccoglimento, sorretto dal beato Bernardo Silvestrelli, generale dei Passionisti.

A tutt’oggi i cattolici di ogni parte dell’orbe percorrono devotamente in ginocchio i gradini della Scala Santa – specie il Venerdì Santo–, domandando perdono per le proprie colpe per i meriti delle piaghe di Cristo Crocifisso, Che “patì per noi”. Che i fedeli possano avvertire verso loro stessi il medesimo slancio di Fede testimoniatoci dalla celebre rivista ottocentesca Memorie di Religione, di Morale e di Letteratura, fondata a Modena nel 1822 da Giuseppe Baraldi: nel numero 14 del 1842 pag. 32, dedicato alla conversione di Alphonse M. Ratisbonne, si legge la bella esclamazione del signor de Boussières, indirizzata allo stesso Ratisbonne: «Vi saluto, o Santa Scala! Ecco un peccatore che un giorno vi salirà ginocchioni»

FONTE: Radici Cristiane n. 93

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