L’inganno dell’alterità

L'inganno dell'alterità - Schola Palatina

Se il caos è il segno del nostro tempo, l’identità ne è la vittima eccellente. L’attacco all’identità ha una lunga genesi e una potente propulsione, che perdura tutt’oggi. L’altro è diventato il personaggio centrale dello scenario contemporaneo come fulcro di un’operazione ideologica, che mira a sostituire l’identità con l’alterità. I rivoltosi del ‘68 volevano abbattere il sistema, smontando però per prima cosa i suoi reticoli individuali, i pilastri della civiltà occidentale: la tradizione e l’autorità.

Decifrando i caratteri della nostra epoca, dell’Occidente tra XX e XXI secolo, vediamo che uno dei più marcati è la confusione generalizzata, l’impero dell’indistinto, in tutti gli ambiti. Abbattuti confini e limiti sedimentatisi nella storia occidentale, si sono aperte falle che, se per un verso sono l’indizio della disgregazione generalizzata, dall’altro sono la spia di un esito cercato e preparato da tempo ed inteso come un grande successo storico: la fine dell’identità europea e occidentale. Non per tutti, dunque, questa fine rappresenta una catastrofe. La dissoluzione dell’identità nella caotica nebulosa che l’accompagna è salutata, infatti, da molti come un evento positivo, il coronamento di un lungo (e diabolico) lavoro. Se dunque il caos è il segno del nostro tempo, l’identità ne è la vittima eccellente.

Quell’attacco all’identità ha una lunga genesi e una potente propulsione, che perdura tutt’oggi e che trova nella figura dell’altro il perno della sua azione. L’altro è diventato il personaggio centrale dello scenario contemporaneo, non come espressione di un’attenzione (in sé nient’affatto sbagliata) per le altre persone e per le altre culture, bensì come fulcro di un’operazione ideologica che mira a sostituire l’identità con l’alterità.

Il principio di alterità

Nella retorica del politicamente corretto, l’identità viene presentata come qualcosa da respingere, un concetto negativo, una parola da bandire e, quando applicata, una pratica da condannare. Per converso, il suo opposto, cioè l’alterità, diventa il fondamento di quello che viene smerciato come il canone contemporaneo, quel binario su cui deve avviarsi qualsiasi visione culturale e qualsiasi progetto sociale. Tutto deve ruotare intorno al concetto di alterità in una sorta di gigantesca macchina dell’inganno e della menzogna, per cui l’identità viene denigrata come un male e l’alterità viene spacciata per la salvezza. In questa prospettiva, la logica culturale e politica deve abbandonare l’identità e riorientarsi in base a un principio di alterità (in realtà, un anti-principio) opposto appunto a quel principio di identità che è fondamento non solo della logica, bensì anche della metafisica e dell’ontologia (come pure, a ben vedere, della storia) occidentali.

A canone invertito dunque, l’identità deve alterarsi, l’io deve diventare un altro, la tradizione dev’essere negata e poi sostituita con altro in un processo dialettico che ripropone la dinamica della dialettica fra servo e padrone, rovesciandone lo schema formale e trasferendolo su un diverso campo tematico, cioè sulla dialettica fra liberazione e asservimento: si predica la liberazione per soggiogare l’interlocutore. In quella primavera del ‘68, nelle aule della Sorbona andò in scena una rivolta, che aveva un obiettivo ben più vasto di un semplice movimento di protesta, perché riguardava tutte le sfere della vita sociale, da quelle pubbliche a quelle più strettamente personali, dai media alla mente. La trasformazione radicale a cui miravano i rivoltosi del ’68 riguardava non soltanto i modi di quella che il marxista Lukács avrebbe chiamato «ontologia dell’essere sociale», ma anche quella che potremmo definire “psicologia dell’essere interiore”, perché è a partire da lì, dal foro interno, che si può conquistare la società nel suo complesso. Quindi essi volevano abbattere il sistema, smontando però per prima cosa i suoi reticoli individuali, le forme tradizionali della persona e dei suoi rapporti con la società, abbattendo così due dei pilastri della civiltà occidentale: la tradizione e l’autorità.

Immigrazionismo e masochismo

Già nel 1961 Sartre, nel contesto dell’apologia della decolonizzazione e della denuncia dei supposti crimini commessi dall’Occidente ai danni del terzo mondo, sosteneva che «ci si decolonizza» solo se «si estirpa, con un’operazione sanguinosa, il colono che è in ciascuno di noi». Ma questo intervento implica che il colono faccia l’esperienza di essere colonizzato, percorrendo fino in fondo «la strada che porta all’indigenato»: infatti, «per diventare indigeni completamente occorrerebbe che il nostro suolo fosse occupato dagli antichi colonizzati e noi crepassimo di fame». Ecco il nucleo teorico della colonizzazione dell’Europa propugnata dagli odierni immigrazionisti. Per reprimere e sconfiggere la presunta pulsione “razzista” dell’uomo europeo, ci sarebbe dunque un solo modo: imporgli l’altro a forza, sradicarne l’eterofobia inculcandogli l’eterofilia. Oggi, infatti, per definire l’atteggiamento verso l’altro extraeuropeo viene usato di frequente il termine «masochismo», con cui si esprime quella propensione a sottomettersi all’altro che caratterizza il tipo europeo della seconda metà del Novecento. Questa espressione contribuisce a designare un composito orientamento di inclinazioni e di comportamenti, che in ogni caso ha come elemento comune la tendenza all’autocolpevolizzazione e all’autodistruzione.

Per paradosso, la liberazione sessantottina dell’uomo ha come fulcro il desiderio: «liberare il desiderio» in modo radicale e totale, ma dietro questo paravento si cela in realtà una nuova forma di prigione. Detto in breve, il tranello consiste nell’ammaliare le persone con la sirena della liberazione dalle costrizioni e dalle convenzioni, dalle leggi e dalle pene, dai Comandamenti e quindi dal supposto giogo della religione, per poi, una volta sedotte, catturarle rinchiudendole in gabbie fantasmatiche, che le stesse vittime avrebbero contribuito a mantenere in funzione. La filosofia della liberazione (parallela in ciò alla teologia della liberazione) è in realtà una filosofia della schiavizzazione, in cui il concetto di libertà viene deformato e usato strumentalmente per imporre il suo contrario, come è accaduto nei regimi comunisti. L’esaltazione della libertà serve come pretesto per arrivare alla dominazione, esattamente come nella paranoide psicologia di de Sade: sarai libero quando sarai completamente schiavo.

L’alterità: il Sessantotto ed il potere

Il pensiero sessantottino contende al potere classico della modernità occidentale il controllo, cioè il potere nel suo senso più duro, ma portando il conflitto su un piano molto sofisticato: se potere è sapere e se sapere significa qui conoscere il modo in cui controllare le menti altrui, il conseguimento di questo sapere è di fatto la presa del potere. E la nozione di alterità costituisce, in quanto simbolo di liberazione, una perfetta copertura per occultare questa logica totalitaria e soggiogatrice.

L’alterazione doveva demolire le strutture mentali e sociali tradizionali, in primo luogo la famiglia. Uno degli obiettivi principali del movimento sessantottino consisteva nello sradicamento della genealogia, intesa sia in senso lato come albero di trasmissione della tradizione, sia in senso stretto come trasmissione delle generazioni. La rottura con la tradizione doveva passare attraverso la cancellazione dei padri, ma non si trattava tanto della sostituzione delle generazioni precedenti con quella attuale, cioè con i giovani sessantottini, bensì piuttosto della negazione dell’esistenza delle generazioni.

Uno degli slogan preferiti era: «non c’è né padre né madre», una tesi che ancora oggi troviamo in molte analisi socio-psicologiche, le quali affermano che la società attuale è post-genitoriale, al di là cioè delle figure del padre e della madre. Questa tesi non ha però soltanto un senso psicologico, bensì un ruolo culturale e perfino politico, come dimostrano le recenti proposte di legge per sostituire sui documenti di identità dei minori le parole padre e madre con la dicitura “genitore 1” e “genitore 2”. L’implicazione culturale di questo tentativo di cancellare le generazioni consiste in una cancellazione delle gerarchie e dell’autorità in senso proprio, che non conduce soltanto ad un anarchismo diffuso, bensì anche ad un autoritarismo mascherato da liberazionismo, che si manifesta in ciò che Roberto de Mattei ha chiamato «dittatura del relativismo» e che Richard Millet definisce «terrore letterario».

Dalla decostruzione al caos

Per sbarazzarsi di ogni parvenza di controllo, il pensiero dell’alterità doveva eliminare ogni residuo di generatività, di tradizione e perfino di coscienza. Eliminati questi ostacoli, la presunta liberazione si concretizzerebbe in una distruzione/decostruzione dei paradigmi socioculturali a partire dalla cancellazione dello schema classico padri-figli, fabbricando un’ideologia di negazione del passato e di cancellazione dell’origine, con tutte le conseguenze disastrose sull’educazione in generale, sulla formazione scolastica, sulla cultura degli ultimi cinquant’anni. Se pensiamo al fatto che oggi l’Europa si trova nelle mani di adepti ed epigoni di questa ideologia, forse dovremmo preoccuparci seriamente.

Il residuo fisso di questa grande operazione di alterazione non è solo la perdita del senso identitario, ma anche quella del senso dell’orientamento spirituale e perfino naturale, cioè il caos. Ciò che resta è dunque caos, che non può generare positività e che perciò andrebbe spazzato via, come il vento fa con le nubi, prima che uccida l’intera vita sociale del mondo occidentale, faticosamente costruita per secoli con passione, sofferenze, contraddizioni, conflitti, tragedie e rinascite nella coscienza della libertà e, parallelamente, nel rispetto della tradizione, nella ricerca della verità e, al tempo stesso, nel riconoscimento dell’autorevolezza e quindi dell’autorità.

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