San Girolamo nel deserto di Mantegna

San Girolamo nel deserto di Mantegna - Schola Palatina

V’è un santo, san Girolamo, che ha mantenuto nei secoli un ruolo di primo piano, come modello di fede ed esempio di vita e questo spiega la sua ininterrotta fortuna e diffusione di raffigurazione nel campo del linguaggio artistico. Molto hanno giovato alla sua fama, la sua intensa vicenda umana e i suoi altissimi talenti intellettuali e spirituali. Ma anche i vari ordini monastici fondati sul suo esempio e nel suo nome, in particolare attorno al XV secolo, ciò di cui questo quadro di “San Girolamo nel deserto” del Mantegna è degno esemplare.

Non sono poi così tanti i santi che hanno mantenuto per secoli un ruolo di primo piano, come modello di fede ed esempio di vita. Uno di loro è indubbiamente san Girolamo e questo spiega la sua ininterrotta fortuna e diffusione di raffigurazione nel campo del linguaggio artistico.

Molto hanno giovato alla sua fama, la sua intensa vicenda umana e i suoi altissimi talenti intellettuali e spirituali. Ma anche i vari ordini monastici fondati sul suo esempio e nel suo nome, in particolare attorno al XV secolo, il che spiega l’incremento della sua raffigurazione proprio a partire da questo periodo, e di cui questo quadro di San Girolamo nel deserto del Mantegna è degno esemplare.

Vita ascetica e di studi

Nato attorno al 347 a Stridone, nella regione istriana dell’odierna Croazia, san Girolamo venne inviato dalla sua famiglia a Roma per perfezionare i suoi studi classici. Fin da subito fu attratto anche dalla vita ascetica, che lo portò ad un periodo di eremitaggio nel deserto siriano del Chalcis, a sud di Aleppo. Ed è proprio questa fase ascetica della sua vita, ad essere spesso raffigurata nell’arte, soprattutto a partire dal tardo Medioevo e nel primo Rinascimento.

In questo periodo, tuttavia, Girolamo non abbandonò gli studi, ma anzi perfezionò la sua conoscenza del greco e dell’ebraico, approfonditi anche nei suoi soggiorni ad Antiochia e Costantinopoli. Il che giustifica la frequente presenza di numerosi libri, come anche in questo quadro del Mantegna, pur in un contesto paesaggistico isolato e desertico.

Non mancarono le tentazioni, come lui stesso racconta nei suoi scritti, concentrate nell’amore intellettuale per i classici pagani e per Cicerone, ma tenute sotto controllo con l’assidua preghiera e non pochi episodi di apparizioni di creature angeliche. Giustamente quindi, anche nella scena in esame, Girolamo tiene in mano da una parte un libro e dall’altra un rosario, a contrappeso delle sue passioni intellettuali, di cui sentiva la necessità ma anche il pericolo.

La traduzione della Bibbia

Il suo ritorno a Roma nel 382 fu trionfale: papa Damaso lo assunse come segretario e consigliere e lo investì della gravosa responsabilità di tradurre i testi greci ed ebraici della Bibbia in latino. Si tratta della cosiddetta Vulgata, un lavoro di traduzione durato oltre trent’anni, che soprattutto dopo il concilio di Trento diverrà il testo ufficiale della Chiesa di lingua latina. Un’opera titanica, che deve la sua autorevolezza alla serietà del metodo adottato nella traduzione dei testi originali, fondato sulla comparazione di più manoscritti e sull’attenta aderenza al dettato sacro. La presenza, nel quadro di “San Girolamo nel deserto” in questione, di più manoscritti appoggiati sulla roccia, allude appunto a tale pratica, compiuta dal santo sapiente con un rigore filologico degno della più alta tradizione classica e anticipatrice della filologia moderna.

Continuando in quest’opera, Girolamo si ritirò infine in Terra Santa, vivendo a Betlemme gli ultimi anni della sua vita, per lo più avendo come ricovero una grotta, pur fondando monasteri e ricoveri per i pellegrini, e dedicandosi al commento dei testi sacri, alla lotta contro le eresie, all’insegnamento della cultura classica e cristiana fino alla morte, avvenuta nel 420.

Nei pressi di Betlemme

Ma qual è il momento raffigurato in questa tavola, realizzata dal pittore veneziano Andrea Mantegna all’inizio della sua carriera, attorno al 1450, e commissionato probabilmente da un dotto umanista?

Alcuni indizi fanno pensare all’ultima fase della vita del santo, nei pressi di Betlemme, piuttosto che alla sua prima prova nel deserto siriano. Girolamo è ormai presentato in tarda età, non veste più quell’abito rosso cardinalizio che la tradizione gli ha voluto attribuire in virtù del suo ruolo nella curia papale, anche se cardinale non fu mai. Anzi, il cappello rosso è ora a terra, a segno della sua rinuncia a ogni onore, di cui indice sono anche i piedi nudi, privati degli zoccoli. Inoltre, si trova in una grotta che, più che in un arido deserto, sembra collocata in un luogo solitario, ma non privo di sorgenti e corsi d’acqua, e che sbuca in lontananza anche attraverso una sua apertura, esaltato da quella profondità prospettica che costituirà uno dei tratti distintivi del Mantegna.

La grotta è illuminata da una fioca lampada ad olio appesa al centro della volta, la cui funzione non è tanto quella di far luce, ma di rendere sempre viva l’attenzione sul crocifisso appeso sulla vicina parete.

Su una roccia a mo’ di rudimentale scrivania sono appoggiati invece i pochi, ma essenziali attrezzi del mestiere dello studioso: i libri e il calamaio. Dibattuto invece è l’oggetto di legno appeso alla parete, secondo alcuni un attrezzo per la stampa o per apporre sigilli, secondo altri un’allusione, nei martelli appoggiati alla trave, alla passione del Signore.

San Girolamo nel deserto, il leone e il barbagianni

Tuttavia, Girolamo non è propriamente da solo. Un leone è accanto a lui, accovacciato e sonnecchiante ai suoi piedi. La sua presenza si riferisce a uno degli episodi più celebri accaduti a questo santo, nel periodo di eremitaggio nel deserto o, secondo altre versioni, presso uno dei conventi ove stava soggiornando.

L’animale si presentò a Girolamo con una zampa ferita da una spina e, una volta curato, non lo abbandonò più, garantendogli non solo la sua eterna gratitudine, ma anche la sua fedeltà e protezione.

Un barbagianni, invece, occhieggia sulla sommità della roccia. Potrebbe alludere alla superstizione e alle tentazioni, che Girolamo seppe tenere a bada con la vera fede e con il lume della ragione.

FONTE: Radici Cristiane n. 166

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