Cosa si intende con il termine etica?

Cosa si intende con il termine etica? - Schola Palatina

L’etica filosofica (o filosofia morale) è quella branca delle scienze filosofiche che studia la vita morale dell’uomo, ossia il suo agire libero. L’agire libero dell’uomo, cioè le azioni che si pongono un fine, possono costruire anche habitus, come le virtù e i vizi, o generare stati di vita, come il matrimonio e il divorzio, o, più in generale, creare condizioni esistenziali. Anche queste condizioni esistenziali, quindi, saranno oggetto del giudizio etico.

Parimenti, come vedremo, persino alcuni atti necessitati dell’uomo non sfuggono ad una valutazione valoriale. Per inquadrare la definizione di etica appena fornita facciamo un passo indietro.

Etica: significato e fini morali

Come non si può uscire dal pensiero (anche il pensare di non pensare è comunque un pensiero), così non si può uscire dalla moralità perché ogni nostra azione volontaria, anche la più banale, tende ad un fine e dove c’è un fine noi lo intendiamo sempre come bene, altrimenti non lo perseguiremmo, al di là del fatto che quel “bene” da noi così inteso lo sia veramente (il killer che assassina, compie questo atto perché lo ritiene – erroneamente – un bene, un’azione buona).

Facciamo un esempio! Mi cadono le chiavi a terra: voglio chinarmi (primo fine) per raccoglierle (secondo fine) e le raccolgo perché ritengo un bene tornarne in possesso e, dunque ancor prima, è un bene chinarmi perché funzionale al recupero delle chiavi. Anche ora, caro Lettore, stai perseguendo almeno un fine: leggere questo articolo. C’è da appuntare che la vita dell’uomo perfettamente virtuoso è innervata da una molteplicità di fini tutti buoni che non possono che convergere verso il bene sommo che è Dio

Relativamente alla tematica “fine”, dobbiamo notare che, in modo più analitico, noi poniamo in essere atti materiali che vengono informati da fini morali. Ad esempio l’atto materiale di incidere la cute di una persona innocente può essere informato, tra gli infiniti fini che si possono scegliere, dal fine morale “cura” oppure “assassinio”: incido per curare perché sto operando un paziente; incido per uccidere perché sono un killer. E dunque la persona vorrà il fine materiale “incidere” – e giudicherà quindi questo fine materiale come bene – che orienterà a sua volta al fine morale “curare” o “assassinare”, giudicati anch’essi come beni.

Come accennato, qualsiasi nostra azione volontaria persegue un fine. Anche l’azione “giudicare”. Il giudizio tende al fine di qualificare un ente (ente è tutto ciò che esiste), un atto o una condizione. La qualificazione può avere diversa natura. Avremo allora una qualificazione di natura:

  • VERITATIVA: in merito agli enti, pensiamo al giudizio “Dio esiste”; in merito agli atti, pensiamo al giudizio “Tizio ha ucciso Caio”; in merito alle condizioni, pensiamo “Tizio è sposato”. Questi sono giudizi propri della ragione teoretica, ossia della ragione quando esprime giudizi sull’essere e non sull’agire.
  • ESTETICA: in merito agli enti, pensiamo al giudizio “La Cappella sistina è un capolavoro”; in merito agli atti, pensiamo al giudizio “Quella esecuzione al pianoforte è stata stupenda”; anche le condizioni possono essere oggetto di giudizi estetici: il matrimonio, la vita consacrata, la virtù, il vizio, ecc. possono essere valutati esteticamente. Anche questi giudizi sono propri della ragione teoretica.
  • MORALE: in merito agli enti,  possiamo dire che qualsiasi ente è buono in sé perché esistente; in merito agli atti, pensiamo al giudizio “Lavoro perché lo ritengo un bene”, che è un giudizio proprio della ragione pratica, ossia della ragione che si interessa dell’agire; in merito alle condizioni, pensiamo al giudizio “Il matrimonio è un bene”. 

Focalizziamo la nostra attenzione sul giudizio morale quando riguarda le azioni. Propriamente la morale si interessa degli atti liberi, definiti come atti umani. Però non sono escluse dal giudizio morale anche le azioni necessitate della persona, chiamate atti dell’uomo: le funzioni fisiologiche come la digestione, il pulsare del cuore, la divisione cellulare, ecc.; gli atti privi di libertà, ossia dove il soggetto non si pone un fine, come quelli compiuti in stato di sonnambulismo, di ipnosi, per gravissimi deficit mentali o sotto l’influsso di potenti sostanze psicotrope. In queste ipotesi la persona, propriamente, non agisce, ma è agita dalla patologia, dall’ipnosi, dalle sostanze stupefacenti, ecc.

Anche in tutti questi casi di atti necessitati, dunque non voluti, atti in cui è esclusa la libertà, la ragione può formulare giudizi morali. Ad esempio si potrebbe correttamente affermare che il pulsare del cuore sia atto buono e che il pulsare segnato da un’accentuata aritmia sia un atto malvagio. Questo perché la ragione scopre un fine naturale nelle funzioni cardiache e quando il fine viene soddisfatto (in medicina lo si chiamerebbe “funzione fisiologica”) il giudizio è positivo e quando non viene soddisfatto (in medicina lo si chiamerebbe “funzione patologica”) il giudizio è negativo. Parimenti l’atto del drogato incapace di intendere e volere o del grave disabile mentale o del sonnambulo o dell’ipnotizzato di uccidere una persona innocente può giustamente venire qualificato come atto immorale, perché si tratterebbe oggettivamente di un assassinio anche se inconsapevolmente attuato, ossia non voluto. 

Caso distinto sono invece i seguenti.

Tizio vuole un fine (dunque non rientriamo nella tipologia appena descritta dove gli atti erano necessitati, determinati), ma concretamente ne persegue un altro (può darsi anche il caso che Tizio voglia un fine e realizzi questo insieme ad un altro). Ad esempio Tizio, per errore, prende dal guardaroba di un ristorante il cappotto di un’altra persona perché identico al suo. Tizio allora compie un furto anche se non lo sa. In termini più generali, Tizio vuole X (ritornare in possesso del proprio cappotto), ma compie Y (furto). Caso diverso ancora è il seguente: Caio vuole un certo fine, lo soddisfa, ma non ne comprende il valore o il disvalore. Ad esempio Caio vuole compiere un furto e lo compie, ma giudica buono questo atto. E dunque nel primo caso abbiamo un errore sul fine prossimo dell’atto, ossia sulla natura, sull’oggetto, sull’identità dell’azione (si vuole X, ma si compie Y); nel secondo caso l’errore cade non sulla natura dell’atto, ma sul giudizio morale della natura dell’atto (si vuole X, si compie X, ma il giudizio morale su X è erroneo).

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