Polonia, il popolo che vinse benché vinto

Polonia il popolo che vinse benché vinto - Schola Palatina
FONTE IMMAGINE: Torremaggiore Online (www.torremaggiore.com)

I polacchi: un popolo dal grande cuore cristiano, forte e indomito. L’umile e dignitosissima Polonia è ricca di cultura cattolica, con i suoi letterati e scienziati, i suoi filosofi e musicisti, i suoi eroici militari ei suoi santi.

Fryderyk Chopin (1810–1849), uno dei più grandi compositori per pianoforte di tutti i tempi, rappresenta la genialità di questa Nazione e allo stesso tempo l’anima nostalgica e ardente. Chopin, non per caso, debuttò come compositore nel 1817 con la Polonaise, una danza nazionale che racchiude, nel contempo, lo spirito semplice e maestoso di questa terra, che ha visto immani tragedie, ma è rimasta comunque in piedi con il suo vasto patrimonio spirituale, storico, artistico e culturale.

La Polonia, fatta di coraggio e di radicata fede cattolica, è stata la Nazione che ha testimoniato, durante l’immane tragedia antiumana e anticristiana del nazionalsocialismo e del comunismo, come sia possibile vincere seppur vinti. «Il destino della Polonia in età contemporanea è stato tragico. Risorta dopo la Grande Guerra, dovette difendersi dalla Russia bolscevica, sconfiggendola nella battaglia della Vistola, affrescata in una cappella della Basilica di Loreto, dedicata alla Madonna, “Regina della Polonia”. Allo scoppio della Seconda guerra mondiale, la Polonia fu soffocata dalla morsa nazisovietica, efficacemente raffigurata nelle scene iniziali del film Katyn», così scrive Massimo de Leonardis, docente di Storia delle relazioni e delle istituzioni internazionali all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, autore della prefazione di un bellissimo libro di Luciano Garibaldi, Gli eroi di Montecassino. Storia dei polacchi che liberarono l’Italia (Oscar Mondadori, pp. 175, € 11.00).

La Polonia, con l’invasione di Hitler (1889-1945), fu smembrata fra tedeschi e russi, mentre molti giovani polacchi furono deportati in Unione Sovietica. Nell’estate del 1941 la Germania con l’Operazione Barbarossa attaccò la Russia. Gli Alleati, in particolare i britannici, liberarono i soldati polacchi, che  andarono a formare il secondo corpo d’armata, guidato dal generale Władysław Anders (1892-1970), il quale avrà un ruolo fondamentale nella liberazione dell’Italia dai nazisti.

A Montecassino esiste un cimitero militare polacco, perché qui furono in molti a morire nella battaglia che si consumò all’ombra dell’abbazia benedettina e che la distrusse. Ma questi soldati furono protagonisti anche della battaglia di Ancona e furono i primi ad entrare a Bologna. Dirà il Cardinale Stefan Wyszyński (1901-1981):«La battaglia di Montecassino fu una lotta per i più alti e sommi valori che bisognava salvare per tutta la famiglia umana. Non dimentichiamo che quella fu la strada per Roma, per la città eterna, perla capitale della cultura cristiana. Una strada che doveva essere riscatta, pagandola con il sangue, onde conservarla per i tempi a venire e i secoli futuri».

Nelle fosse di Katyn furono passati per le armi, fra marzo e aprile del 1940, più di 22mila polacchi, fra di loro gli ufficiali dell’esercito e il meglio dell’intellighenzia polacca: venne falciata un’intera generazione di docenti universitari. Altri 200 mila polacchi furono uccisi a Bikovnia, in Ucraina: una gigantesca fossa comune è stata scoperta alla fine degli anni Novanta del secolo scorso nelle boscaglie che circondano Kiev; anche qui, come a Katyn, le vittime erano militari e civili.

I polacchi detenuti nei gulag furono 390 mila e tutta questa massa di prigionieri doveva essere continuamente trasferita verso oriente a causa dell’avanzata della Wehrmacht: bisognava risolvere la situazione… furono tutti massacrati. Quando compimmo delle ricerche per studiare la figura di Giovanni Paolo II incontrammo Urszula Szczepanska, una gentile signora polacca, nata in una bellissima località di villeggiatura, Poraj k/Częstochowy, a 20chilometri da Częstochwa, il 19 dicembre1947, in una famiglia molto agiata, facile preda del regime comunista.

Questa la sua testimonianza: «Fin dall’inizio del governo comunista venivano presi di mira alcuni sacerdoti e l’intellighenzia culturale proveniente dalla nobiltà e dalla borghesia: per loro la vita scorreva come in una perenne prigione, senza via di fuga, ma,nonostante tutto, davano un forte impulso nell’opposizione al regime. Purtroppo gran parte della popolazione viveva quel periodo in modo spensierato e senza porsi troppe domande, tanto tutti potevano assicurarsi un posto fisso di lavoro, diritto allo studio e non farsi mancare niente (oggetti di lusso compresi) a motivo di un fiorente mercato nero.

In tal modo nasceva la corruzione, il nepotismo, il vilipendio: chi aveva un po’ di ragione e di fede si domandava come fosse possibile vivere in modo dignitoso sotto quel regime marcio, ottuso e assurdo, che aspramente incitava alla lotta di classe. Purtroppo, in Polonia, si sono abbattuti tutti e due i regimi totalitari con l’impeto di due uragani: uno dopo l’altro e uno peggio dell’altro. Il primo ha tristemente unito il Paese, mentre l’altro lo ha completamente diviso, disgregato e demoralizzato.

Il totalitarismo nazista era tremendo, ma “sincero”perché sapeva dire le cose in faccia. Fin dal 1°settembre del 1939 fece capire di essere un nemico mortale da combattere. Quell’altro, invece, spacciandosi per amico, seguiva il suo piano diabolico, il quale doveva portare a un annientamento morale ed economico della Polonia per mezzo di menzogne, imbrogli e un terribile lavaggio del cervello. Nonostante, fin da subito, l’economia andasse a rotoli, il che era sotto gli occhi di tutti, i mass media negavano l’evidenza,dando notizie falsamente confortanti. Unica fonte di verità, su come realmente andassero le cose nel blocco comunista, era Radio “Wolna Europa” (Europa Libera) di Monaco di Baviera, regolarmente intercettata dal regime, perciò molte informazioni non passavano.

Molti polacchi non sapevano, ad esempio, la verità su Katyn in quanto il regime riversava la colpa sui nazisti, una clamorosa menzogna ufficialmente riportata sui libri di storia. Quelle e altre falsità, che per forza di cose si dovevano confrontare con la verità, davano impulso ad un dualismo didattico devastante, facendo sì che a scuola molti bambini (me compresa) sprofondassero in un terribile disagio psi-cologico, visto che nelle case per bene si affermava il contrario. Il nostro scudo era la Cattolicità».

Il regime era ben consapevole che mettersi contro la Chiesa in Polonia sarebbe stato tanto pericoloso quanto controproducente. Infatti, pur imponendo la rimozione dei Crocifissi dalle pareti delle aule delle scuole e dagli ambienti di lavoro, il Governo permetteva di professare il proprio credo, anche se i sacerdoti dovevano essere un po’ prudenti.

Esisteva pure la stampa cattolica, la testata più famosa era «Tygodnik Powszechny». La Chiesa in Polonia è diventata una “roccaforte” della verità e della libertà, quella cristianamente intesa. Luciano Garibaldi, nel suo volume, ricorda Eugenio Corti, nato nel 1921, autore del famoso romanzo storico Il cavallo rosso, un capolavoro, dove sono esaltati i valori cristianie dove si condannano le ideologie perverse del Novecento: «Ciò che fa di Eugenio Corti lo scrittore italiano più vicino ai polacchi è la circostanza che, durante la Seconda guerra mondiale, combatté prima i russi, poi i tedeschi, i due nemici eterni della Polonia».

Il pregevole libro di Garibaldi mette bene in evidenza lo spirito forte e cattolico dei polacchi e come i loro militari, parallelamente agli esuli giuliano dalmati, vennero colpiti e vilipesi dai comunisti italiani ed abbandonati dagli inglesi.

Il generale Anders, dopo i brogli elettorali del referendum istituzionale del1946 fra Monarchia e Repubblica, offrì la sua collaborazione, così come l’Esercito Regio e l’Arma dei Carabinieri, a Re Umberto II(1904-1983),  che «come molti sovrani – sta scritto in Gli eroi di Montecassino – ben diversi datanti presidenti e dittatori, non volle però versare il sangue del suo popolo per conservare il trono. Finirono entrambi la loro vita in esilio, ma la loro coscienza era tranquilla».

Pio XII dimostrò la sua benevolenza ad entrambi: ad Umberto II, espropriato dallo Stato italiano di tutti i suoi beni, donò una somma di denaro per i primi duri tempi di Cascais; mentre ricevette in una commossa udienza Anders, al quale già nel 1944 aveva consegnato la medaglia di Defensor Civitatis. Il generale venne seppellito, secondo la sua volontà, nel cimitero militare di Montecassino, a fianco dei suoi uomini.

FONTE: Radici Cristiane n. 86

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