L’Italia e la Grande Guerra: una vittoria tra parentesi

L'Italia e la Grande Guerra: una vittoria tra parentesi - Schola Palatina

L’ingresso dell’Italia nella Grande Guerra fu determinato da due fattori: le generose promesse dell’Intesa contenute nel Patto di Londra e la consapevolezza che gli impegni di Vienna potessero rivelarsi caduchi. Oggi, però, si parla di commemorare, sottinteso criticamente, non di celebrare l’anniversario del conflitto. E non si insiste più sulla vittoria, l’unica che l’Italia unitaria possa vantare, perché altre retoriche sono prevalse.…

La domanda sulla decisione più o meno conscia di partecipare ad un conflitto generale, posta dagli storici per le Grandi Potenze nel luglio/agosto 1914, non riguarda l’Italia, entrata in guerra al termine di una meditata deliberazione e praticamente sulla base delle sue condizioni.

L’Italia aveva pieno diritto di dichiarare la sua neutralità nell’agosto 1914, poiché quella guerra non rientrava nel casus foederis della Triplice Alleanza con gli Imperi centrali, rinnovata ancora nel 1912, ed ebbe quasi 10 mesi, non pochi giorni, per decidere se brandire le armi. Inoltre, mentre gli altri Stati non avevano dubbi sulla parte con la quale schierarsi, l’Italia aveva alternative diverse e alcuni politici cambiarono posizione, a cominciare da Sidney Sonnino, sostenitore nell’estate 1914 dell’entrata in guerra a fianco degli Imperi centrali – perché «le cambiali bisogna pagarle» – e poi invece artefice, da ministro degli esteri, dell’intervento con la Triplice Intesa.

Grande Guerra: perché l’Italia scese in campo

Il caso italiano si distingue quindi da quelli di tutte le altre maggiori Potenze europee. Questa è la principale peculiarità, anche se certo ve n’è un’altra: tutte le altre maggiori Potenze europee (e il Giappone) entrarono subito in campo contro entrambi gli Imperi Centrali, mentre l’Italia attese il 27 agosto 1916 per dichiarare guerra alla Germania.

Alla fine, elemento determinante della decisione italiana non furono solo le generose promesse dell’Intesa contenute nel Patto di Londra, a fronte delle assai più modeste offerte dell’Austria-Ungheria, ma anche la consapevolezza che gli impegni di Vienna potessero rivelarsi caduchi in caso di vittoria degli Imperi centrali. Inutilmente il governo tedesco premette, affinché Vienna facesse maggiori concessioni all’Italia. Uguali pressioni fece anche la Santa Sede, prima attraverso il cardinale arcivescovo di Vienna Piffl e poi con la missione di mons. Pacelli (futuro Pio XII) nella capitale austriaca nel gennaio 1915, per indurre l’imperatore Francesco Giuseppe a concessioni territoriali che scongiurassero l’intervento dell’Italia.

La situazione italiana costituì una costante fonte di preoccupazione per il Papato, stretto tra l’esigenza della propria «imparzialità», la necessità di non far apparire i cattolici come disfattisti, le variegate posizioni dell’episcopato e del clero, nel quale vi furono, come altrove, punte di patriottismo nazionalista estremo.

L’intransigenza anti-cattolica di Sonnino aggravò il problema, tuttavia, nonostante alcuni momenti di crisi, la Grande Guerra costituì un momento importante nel cammino verso la piena riconciliazione tra Chiesa e Regno d’Italia. Dopo l’entrata in guerra, furono ripristinati i cappellani militari e fu nominato un Vescovo castrense.

L’italica «perfidia»

Nel campo dell’Intesa, la Gran Bretagna fu la più favorevole ad ampie concessioni all’Italia per determinarne l’entrata in guerra, a ruota la Francia, mentre la Russia era la meno disponibile, essendo ostile alle ambizioni balcaniche dell’Italia e alle sue rivendicazioni di territori abitati anche da slavi.

Al momento della dichiarazione di guerra dell’Italia, l’Imperatore Francesco Giuseppe rivolse «ai suoi popoli» un proclama, che si apriva denunciando «la perfidia senza pari nella storia perpetrata dal Regno d’Italia contro entrambi gli alleati». Parole simili aveva pronunciato il 9 maggio Giovanni Giolitti: «Spezzare il trattato [la Triplice Alleanza] adesso: passare dalla neutralità all’aggressione è un tradimento come ce n’è pochi nella storia».

L’Italia, facendo la sua scelta in nome del «sacro egoismo», l’espressione usata dal Presidente del Consiglio Antonio Salandra, diede un contributo non secondario al trionfo del nazionalismo estremo; inoltre l’Italia fu assai decisa nel rifiutare paci di compromesso, per non perdere le generose conquiste garantite dal Patto di Londra.

Nel breve periodo l’Italia ottenne un successo enorme: il dominio pressoché completo dell’Adriatico, con l’Istria e parte della Dalmazia, e la scomparsa del suo “nemico storico”, l’Impero Austro-Ungarico. Tuttavia fu un successo che durò solo poco più di un ventennio.

Scomparso il multinazionale Impero asburgico, nel quale italiani e slavi potevano convivere, si profilò la rivalità con la Jugoslavia, che, dopo la Seconda Guerra Mondiale, prese la sua rivincita, impadronendosi di tutta l’Istria e della Dalmazia, portando il suo confine alle porte di Trieste e addirittura dividendo la città di Gorizia. Per di più nella Jugoslavia comunista l’ideologia aggiunse un nuovo elemento di persecuzione anti-italiano.

L’Italia e la Grande Guerra: dov’è la vittoria?

È discutibile se l’avvento del Fascismo sia stato diretta conseguenza della Grande Guerra; piuttosto la dittatura va ascritta agli errori dei governi post-bellici, alla loro incapacità di gestire le agitazioni dell’estrema sinistra. Oggi, in un Paese nel quale resta poco dell’Italia di Vittorio Veneto, con l’eccezione che i militari professionisti sono i degni eredi dei fanti del Carso, dei marinai di Premuda e dei piloti della nascente aeronautica, si parla di commemorare, sottinteso criticamente, non di celebrare l’anniversario della Grande Guerra. Nessuno si sognerebbe invece di non celebrare la Resistenza partigiana e il 25 aprile.

Ancora fino all’inizio degli anni ’60 dello scorso secolo, il 4 novembre era certamente una festa di popolo, forse la più sentita tra quelle del calendario civile. A scuola si studiavano il Risorgimento e la Grande Guerra fin troppo agiograficamente. Già allora però il 4 novembre non aveva più la denominazione originaria del 1922, «Anniversario della Vittoria», ma dal 1949 era la «Festa dell’Unità Nazionale»; oggi è «Festa dell’Unità Nazionale e Giornata delle Forze Armate».

Nulla da dire sui due concetti, ma è evidente la messa tra parentesi della Vittoria, l’unica che l’Italia unitaria possa vantare e potrebbe rivendicare (certo sarebbe pretendere troppo ricordare quella nella guerra di Etiopia e forse anche quella nella guerra di Libia).

Altre retoriche sono prevalse: quella della Resistenza partigiana e della Costituzione “più bella del mondo”. Così si celebra una sconfitta, perché essa partorì la Repubblica e fece rinascere la democrazia, mentre si sorvola sulla vittoria, poiché si ritiene che quella guerra vittoriosa generò il Fascismo.

FONTE IMMAGINE: Vatican News (www.vaticannews.va)

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