L’oggetto materiale e formale dell’etica

L'oggetto materiale e formale dell'etica - Schola Palatina

L’etica, intesa come scienza filosofica, ha un proprio oggetto materiale e formale di studio.

L’oggetto materiale

L’oggetto materiale di una disciplina è la realtà materiale che essa studia. Nell’etica sono le azioni umane, ma solo quelle libere. Le azioni umane si dividono in atti umani e atti dell’uomo. Gli atti umani sono quelli determinati dal libero arbitrio, atti di cui siamo padroni e, dunque, di cui siamo consapevoli. Gli atti umani si dividono in:

  • ATTI ELICITI, ossia atti che riguardano il foro interno: volizioni, sogni, propositi, desideri, intenzioni, amare, odiare, etc.
  • ATTI IMPERATI: vengono posti in essere quando la volizione, il desiderio etc. si concretizzano 
    • in azione esterna: mangiare, camminare, acquistare, uccidere, etc
    • in azioni interne: come gli atti dell’intelligenza (es. calcolo mentale) o gli atti della memoria (es. ricordarsi le parole di una canzone), etc.

Poi vi sono gli atti non liberi della persona, ossia gli atti dell’uomo: le funzioni fisiologiche come il battito cardiaco, gli atti non volontari come quelli che si verificano nel sonno, quelli compiuti dal sonnambulo, dalla persona sotto ipnosi, dal grave disabile mentale, dalla persona sotto i pesanti effetti di sostanze psicotrope, etc. Una persona che invece è costretta a compiere un atto, ad esempio Tizio dà il proprio portafogli ad un rapinatore che lo minaccia con una pistola, pone in essere un atto libero, seppur questa libertà sia coartata, ossia compressa: l’atto è libero, ma non pienamente libero.

Una persona che mangia compie dunque un atto umano anche se esteriormente sembra identico a quello compiuto da un animale che si  nutre. La sua “umanità”, caratteristica che lo differenzia dall’animale, risiede nel fatto che quell’atto è libero, non determinato dall’istinto. Infatti l’uomo potrebbe anche contrastare la fame e decidere di digiunare, non così potrebbe fare l’animale (un animale che digiuna non lo fa per scelta, ma perché costretto da altri fattori materiali: una patologia, uno stato depressivo, etc.) Ecco il motivo per cui per gli uomini si usa anche il termine “condotta” perché la persona conduce sé all’azione, ha il dominio di sé e si orienta all’atto, o meglio si orienta ad un fine e dove c’è un fine c’è una scelta.

Ne consegue che ogni nostra azione libera comporta un grado di responsabilità. Per responsabilità si indica l’imputabilità, ossia il legame che esiste tra atto libero e soggetto, è l’attribuzione di un’azione volontaria ad un determinato agente. Ogni nostra azione libera ha una propria coloritura morale, ossia, semplificando, l’azione può essere buona o malvagia. Questa bontà o malvagità è attribuita al soggetto agente. E dunque se Tizio compie un’azione buona qualcosa di buono arricchirà la sua persona: l’azione buona sarà mezzo per comunicare la bontà al suo agente. Una dinamica che quindi parte dall’agire (agere) per arrivare all’essere (esse). Questa azione buona sarà per lui fonte di merito, se invece compie un’azione malvagia sarà fonte di biasimo. Nel primo caso meriterà un premio, nel secondo caso una pena. Il grado di responsabilità si definisce secondo un assai complesso rapporto tra fattori diversi che incidono sulla libertà e che possono così sintetizzarsi: la natura umana che di suo tende al bene e il peccato originale che ha corrotto questa natura e che tende al male; il nostro corpo (difetti o predisposizioni genetiche, cattiva digestione, fisico riposato, emozioni, sentimenti, la sensibilità corporea, etc.); il riconoscimento intellettivo e dunque la valutazione di un dato, di una realtà (ciò implica anche facoltà quali la memoria, il calcolo, la previsione di eventi futuri); le nostre virtù e vizi; i condizionamenti esterni provenienti dal mondo fisico (agenti atmosferici, animali, piante, fenomeni naturali, etc.) e da altre persone (tra cui Dio e gli angeli buoni e ribelli). Tutti questi sono fattori che agiscono sulla nostra libertà, influenzandola sia in senso positivo che in senso negativo, e che perciò incidono sul grado di responsabilità.

L’oggetto formale dell’etica

L’oggetto formale di una scienza è l’aspetto o la proprietà dell’oggetto materiale che si studia, quindi è la particolare prospettiva di indagine che interessa quell’oggetto materiale.

Ad esempio l’oggetto materiale “uomo” è studiato dalla filosofia, della medicina, dalla teologia e dalla scienza del diritto: l’oggetto materiale “uomo” perciò non cambia mai per queste discipline. Invece gli oggetti formali cambiano: la filosofia studierà l’essere umano ad esempio come essere libero, come persona; la medicina come organismo vivente; la teologia come figlio di Dio; il diritto come soggetto di diritto.

L’oggetto formale dell’etica sono gli atti umani (oggetto materiale) in quanto qualificati come buoni o malvagi. Dunque l’oggetto formale dell’etica è la moralità degli atti umani. Questa è la particolare prospettiva di indagine dell’etica. E quindi, ad esempio, la ricerca scientifica sulla riproduzione umana potrà asserire che è praticabile la fecondazione extra-corporea e l’etica propria del personalismo ontologico potrà invece affermare che quella particolare tecnica sarà sì fattibile, ma non moralmente lecita. Dunque la prima, dalla sua particolare prospettiva scientifica, secondo il suo oggetto formale, ci comunicherà che la tecnica è praticabile, la seconda riconoscerà la praticabilità, ma, in accordo al suo oggetto formale, non potrà riconoscere la sua eticità.

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