Sant’Antonio da Padova. Il «Dottore evangelico»

Sant’Antonio da Padova. Il «Dottore evangelico» - Schola Palatina

La Basilica di Padova, dove riposano le spoglie del francescano sant’Antonio da Padova, cui è intitolata, è sempre gremita di fedeli. Si tratta, infatti, di uno fra i Santi più favoriti dalla devozione popolare, ma al tempo stesso è anche Dottore della Chiesa: un vero e proprio fenomeno antoniano, che si perpetua nel tempo. La sua effigie (più lui di san Francesco d’Assisi) è riprodotta nella maggior parte delle chiese; questa straordinaria devozione è diffusa in tutti gli strati sociali e si fonda soprattutto sulla fiducia nella capacità di intercessione del Santo.

Le origini di Sant’Antonio da Padova

Originario di Lisbona, il frate minore Antonio percorse la Francia meridionale per combattere i catari, a Brive la Gaillarde, dove aveva fondato un convento, recuperò miracolosamente un manoscritto rubato da un confratello, da allora è invocato per ritrovare gli oggetti smarriti.

Alla morte di san Francesco d’Assisi raggiunse l’Italia e dopo alcun anni di predicazione, si ritirò a Padova in una cella di legno sulla sommità di un grande noce. Taumaturgo e dotto, egli è universalmente amato e invocato per grazie e miracoli.

Incerta è la data di nascita di Fernando Martins de Bulhões, questo il suo nome di Battesimo, ma attraverso gli studi è stata ricondotta al 1195 circa. 

Suo padre, il cavaliere Martino figlio di Alfonso e la madre Maria, erano aristocratici. Abitavano presso la cattedrale, dove il figlio Ferdinando frequentava la scuola del Capitolo.

Verso i 15 anni rinunciò alle carriere notabili entrando nel monastero dei canonici regolari di sant’Agostino e san Vincenzo, tuttavia richiese di essere trasferito a Coimbra, per potersi dedicare maggiormente alla contemplazione e allo studio.

Santa Croce di Coimbra era una fondazione voluta da re Alfonso I Enriques come centro intellettuale e culturale (1185). Qui Ferdinando si applicò allo studio della Bibbia allo scopo di fronteggiare con competenza sia la propaganda musulmana che quella dei catari. Tanto fu efficace la sua predicazione, in grado di raccogliere migliaia e migliaia di persone, da esser definito «Martello degli eretici».

I cinque martiri dell’islam

La Cristianità visse in quel periodo una crisi di vaste proporzioni: nel 1209 erano iniziate nel Sud della Francia operazioni politico-religiose contro i catari, mentre la vittoria di Las Navas di Tolosa, il 16 giugno 1212, segnò una tappa importante nella riconquista iberica a scapito dei Mori.

Nel Languedoc san Domenico di Guzman riunì i primi frati predicatori, proprio come san Francesco vide aumentare intorno a sé i primi frati minori. A Roma il IV Concilio Laterano ripropose la Crociata e legiferò sui nuovi Ordini religiosi.

Nel 1217 i frati minori si stabilirono nei pressi di Coimbra ad Os Olivais e Ferdinando fece la loro conoscenza.

Alla fine dell’estate di due anni dopo, cinque frati minori, che si recarono in missione fra i musulmani su invito di san Francesco, sostarono a Coimbra e vennero alloggiati a Santa Croce, dove si trovava Ferdinando. In seguito il Sultano di Siviglia li fece scortare fino in Marocco. Meno di un anno dopo i loro cadaveri, martirizzati con la decapitazione dagli islamici, fecero ritorno per essere sepolti proprio a Santa Croce.

Fu così che il confronto dei primi martiri francescani con Ferdinando determinò la sua nuova vocazione. Otto anni dopo l’arrivo a Santa Croce di Coimbra, dove aveva ricevuto il sacerdozio nel 1219, lasciò i Canonici regolari per farsi frate minore, prendendo il nome di Antonio.

Prima sua intenzione fu quella di passare in Marocco per predicare il Vangelo. Si imbarcò a Lisbona insieme a frate Filippo del Cardella di Montalcino, sbarcando a Ceuta.

Padre Antonio si ammalò per lunghi mesi nell’anno 1121 e ciòvenne interpretato come un segno divino: il suo posto non era lì.

Sant’Antonio da Padova: capace di miracoli

Fra il 1121 e il 1122 gli venne chiesto di tenere una predica in occasione di una sacra ordinazione a Forlì: fu una rivelazione per capacità oratoria, dottrinale, spirituale. Fu subito tratto dall’eremo di Montepaolo (Forlì), dove si trovava, e mandato ad evangelizzare. Verso la fine del 1223 ebbe da san Francesco in persona l’incarico di insegnare teologia ai Confratelli. Si recò quindi a Bologna e a Padova, dove era stata appena fondata l’Università (1222).

Andò poi in Francia e in seguito a Tolosa. A partire da questo momento la sua presenza fu segnalata a Puy in veste di guardiano ed è attestata nell’Abbazia di Solignac a Châteauneuf-la-Forêt. Nel novembre del 1225 partecipò al Sinodo di Bourges, convocato dal primate d’Aquitania per valutare la situazione della Chiesa francese e per pacificare le regioni meridionali. All’Arcivescovo Simone de Sully, che si lamentava degli eretici, Antonio disse con fermezza: «Adesso ho da dire una parola a te, che siedi mitrato in questa cattedrale […] L’esempio della vita dev’essere l’arma di persuasione; getta la rete con successo solo chi vive secondo ciò che insegna».

Lo stesso arcivescovo, riportano le cronache, chiese ad Antonio che lo confessasse, per trovare la forza di mettere in pratica ciò che gli aveva ricordato. Sempre a Bourges avvenne il miracolo della mula inginocchiata di fonte al Santissimo Sacramento, scena immortalata in diverse opere artistiche. Sacra Scrittura (evangelizzazione con la Parola di Dio), Bambino Gesù (più volte fu visto tenerLo in braccio), giglio candido (purezza), pesce (riferimento alla benedizione ai pesci sulla spiaggia di Rimini), pane (la sua carità), fiamma e cuore (il suo ardore) sono gli attributi dell’iconografia antoniana.

Il 3 ottobre 1226 morì san Francesco. Frate Elia, Vicario generale dell’Ordine, fissò per la Pentecoste dell’anno seguente il Capitolo Generale per l’elezione del successore, estendendo l’invito anche ad Antonio, superiore dei conventi di Limoges. Venne scelto frate Giovanni Parenti, ex magistrato e Provinciale della Spagna. Questi, che aveva accolto Antonio nell’Ordine, lo nominò Provinciale per l’Italia settentrionale, la seconda carica per importanza dopo la sua. Ha 32 anni e i successivi quattro, gli ultimi della sua vita, saranno i più importanti per l’eredità spirituale che lasciò. Su richiesta del Cardinale protettore dell’Ordine, Rainaldo di Segni, intraprese la redazione dei Sermoni per le feste, stabilendosi nel convento Mater Domini di Padova. Intanto conversioni, guarigioni, bilocazioni non fecero che accrescere la sua fama di santità.

Povertà, non pauperismo

La raccolta dei sermoni non è espressione delle prediche che egli tenne nelle diverse città, ma la risposta ad una necessità: sopperire alla mancanza di libri nei conventi francescani e rinnovare l’omiletica, arricchendo la dottrina.

È così che l’autore inaugura la Storia della letteratura francescana: scrivere, avendo come obiettivo l’azione pastorale, fissandola sull’ortodossia cattolica.

Grande il suo amore per i poveri, ma non pauperismo, e disprezzo per l’esasperata usura, che rende schiavi del peccato chi la pratica e stritola coloro che ne sono vittime.

Celebre, in Toscana, il miracolo del cuore di un usuraio, che non venne ritrovato nel suo petto da un chirurgo, bensì, come aveva dichiarato sant’Antonio, nel forziere dei suoi denari. Il 15 marzo 1231 fu modificata, grazie ad una sua istanza, la legge padovana sui debiti: il podestà Stefano Badoer stabilì che il debitore insolvente senza colpa, una volta ceduti in contropartita i propri beni, non venisse più imprigionato, né esiliato.

Stremato dalle malattie e dalla fatica, padre Antonio morì il 13 giugno 1231, all’età di 36 anni. A seguito di un processo privo di ostacoli venne canonizzato da Gregorio IX a Spoleto il 30 maggio, l’anno dopo il suo dies natalis. Pio XII lo proclamerà Dottore della Chiesa il 16 gennaio 1946 con il titolo di «Dottore evangelico».

FONTE: Radici Cristiane n. 134

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